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Il
tennis. Un campo rosso mattone con due giocatori, due racchette
(probabilmente nella loro mano destra) e molte altre nei borsoni,
una pallina che rimbalza, una nella tasca del battitore, due
ferme a bordo campo, una sedia vuota destinata a un arbitro
onnivedente, un ombrellone rotto, due panchine con i borsoni
di prima e all'ombra di questi varie bottiglie perlinate contenenti
gatorade, isostad, enervit se non beveroni strani o piu' semplicemente
acqua. Meglio naturale. Non percepisci l'emozione del gioco?
non cogli lo sguardo dei due tipi rimasti ad Asti ad agosto?
non senti il sole che picchia sulla tua testa sulle tue spalle
sulle tue ginocchia che si fanno deboli? E' immensa la gola
che arde dell'inferno e che chiede l'ennesima pausa. Vorresti
solo spalmarti sui bocchettoni di un condizionatore. Ma ce l'hai
in testa quell'accento poetico che hai depositato di la' dalla
rete non piu' di dieci scambi fa, quella palla che hai accarezzato
e depositato di la' dalla rete con cura paterna, quella palla
che si e' fermata di la' dalla rete, appena piu' in la'. Mentre
l'altro ti guardava rassegnato e un po' plaudente. Ed hai un
tale desiderio di ripetere il gesto da sopportare il caldo e
la sete e le api e la terra nelle caviglie e finanche l'idea
che in piscina con l'amico Tale, forse, avresti accarezzato,
almeno con lo sguardo, rotondita' migliori.
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