La stanza bianca

Nella stanza bianca c’era un solo filo nero.

Una solo striscia scura nell’abisso che paradossalmente vomitava luce e chiarezza, invece di affumicare la vita e la speranze di quel fumo senza domani. Come cadono gli angeli e come sbagliano gli uomini, anche dalla luce può nascere la morte invece che la vita. Così, nella stanza che bianca bruciava la vita della povera ragazza, l’abbraccio del monotono chiarore rimbalzava su di una pelle ancora fresca.. La mani erano strette attorno alle ginocchia, come per proteggersi da quella falsa amicizia che la luce pareva offrirle. La tesa era chinata a chiudere la propria vita di fronte a quelle certezze che le scaldavano i capelli. Nella posizione in cui respiriamo la prima volta, annegati nel liquido prenatale, la ragazza aspettava con gli occhi chiusi. Non le servivano più, chissà da quanto tempo le aveva chiusi. Chissà da quanto tempo era in quella posizione, piccolo cubo di carne. E’ probabile che non li avessi più, gli occhi, e che non fosse più in grado di districarsi dal suo stesso abbraccio, che era, così, diventato simulacro della sua attesa.

I suoi occhi erano diventati due fiori, nel loro tenue gioco di azzurro, grigio, verde e bianco. Belli da vedere ma inutili per vederci.

Le sue braccia erano diventate catene più dure dello stessi ferro arrugginito dalle vite consumate nelle celle scure ed umide.

Le sue gambe erano mutati in ceppi così duri da sembrare chilometriche radici.

Per provare a muoversi avrebbe dovuto compiere una lotta titanica simile allo sforzo che solo la madre terra compie per scrollarsi la schifezze che brulicano sulla sua pelle, quando stanca, ci fa sentire l’urlo della roccia che si ripiega su sé stessa e frana, rotola si contorce sradica e uccide. Ma a che scopo? Per aspettare che il mondo cambi e che lei ritorni da te dicendoti che, sì, ti ama e che si era solo sbagliata, non servono né gambe né occhi. Serve solo un cervello attento che conti gli attimi e che chieda al mondo od a lei gli interessi per ogni goccia di vita spesa ad attenderli. Nient’altro. Se nella vita della ragazza, in quella stanza ammobiliata solo da lei stessa e dalle sue radici, non ci fosse stato nient’altro, allora tutto quel complesso di verdi abbracci e di dolci orbite fiorite sarebbe bastato, anzi.

Ma il filo nero che come i corvi svolazza la nostra vita di risicate certezza aveva una fine. Andava ad infilarsi in un telefono. La giungla della ragazza immobile da tempo immemorabile non era in grado di fronteggiare un attacco da parte di quella macchia nera che spicca sul pavimento. Ma il telefono era forse l’unica via per canalizzare le speranze che ne occhi vuoti ne arti secchi avrebbero potuto carpire. Infatti, d’un tratto, il telefono prese a squillare.

Nel silenzio più assoluto anche una farfalla che fa pipì può far rumore. Nella tacita ed angosciosa attesa la sorpresa del telefono che trilla noioso ma promettente scardina timpani e smuove radici. La titanica lotta contro la propria ostinata apertura alle speranza nel tentativo di alzarsi ed andare a rispondere non sembrava gravare sulle spalle ( o sono rami?) della ragazza. Anzi, godeva di questi attimi, fruiva di ogni attimo e di ogni sforzo speso a sradicarsi dalla propria vita, il trillo del telefono era la droga che secoli di attesa non avevano saputo tagliare. Con una mossa inaspettata anche l’ultima liana si scardinò fuori dal terreno, permettendo così alla giovane di caracollare fino all’apparecchio che imperterrito suonava con l’umiltà e la grandezza della monotonia la stessa terrificante nota. Ebbe tutto il tempo per pensare a chi potesse essere il suo misterioso salvatore, per fantasticare sul contenuto della chiamata e sulle paroline dolci che avrebbe sussurrato al ricevitore, agitando le sue frasche come mosse dal vento della novità.

Chi sarà? Magari tutti i treni che ha perso, passati e mai più tornati. Era quasi certa di aver passato le sue prime seicento ere in loro attesa. Le pareva di ricordare gli odori di tutte le stazioni del mondo, le sembrava di aver vissuto tutte le vite che si sono bruciate nell’attesa del treno promesso. Aveva ancora nella mente la cacofonia dei fischi di locomotive vecchie che la salutavano prima di andare in pensione. E se fossero davvero loro che farebbe? Tutto quello che non ha fatto, ne è certa.

Chi sarà? Magari tutti gli uomini e le donne che avrebbe voluto conoscere meglio. Nonostante tutto, il ricordo dei suoi infiniti mariti svaniva di fronte a tutte le persone che avrebbe voluto sorvolassero la sua vita. Quelli che aveva visto in città, al mercato, quelli che aveva visto mascherati da attori o da comparse in televisione, quelli che l’avevano calpestata maltratta ed uccisa, persone vuote da riempire, almeno, con il suo perdono. E se fossero davvero loro che farebbe? Proverebbe a riempire una borraccia con tutto l’amore del mondo per farli bere, ne è sicura.

Chi sarà? Magari tutti i suoi giocattoli. Le infinite bambole che ha pettinato con il suo piccolo pettine rosa, tutte le perline che ancora rotolano colorate nel mondo, tutte le tortine che aveva provato a cucinare, diventate dolci e fragranti, non salate e cattive come le aveva trovate, tutte le palline birichine che avevano ritmato il suo divertimento con il loro rimbalzo. E se fossero davvero loro che farebbe? DI sicuro, ritornerebbe a giocarci, come una volta, usando tutte la bambole, inanellando tutte le perline, mangiando tutte le tortine e dando amorosi colpetti alle palline.

Chi sarà? Magari tutti i suoi respiri dietro ad un uomo. Le cotte di mille vite, i piccoli sguardi rubati nell’intimità pubblica della classe di scuola, i chilometri di inchiostro rosa sprecato (ma non si spreca nulla quando si ama) a far svolazzare cuori intorno al nome del prescelto, le ricchezze di una nazione spese a telefonare all’amica per farsi dire quello che desiderava, i baci e gli abbracci sparsi per il mondo, tutti i dopo barba che le hanno fatto girare la testa, tutte le barbe sfatte che ha dovuto baciare. E se fossero davvero loro che farebbe? Tutto, senza cambiare neanche una virgola, perché ciò che succede una volta sola è come se non fosse mai esistito.

Chi sarà? Magari tutte le sue grida di dolore, rabbia e disperazione. Le urla di una bambina che ora è cenere nel vento, vittima di pazzi che non dovrebbero neanche avere sepoltura. Le grida di un mondo che non la vuole più e che la emargina solo per il gusto di farlo. I pianti su infinite tombe in infiniti cimiteri, tutte le minacce urlate contro vento solo per sentire di essere ancora viva. E se fossero loro che farebbe? Niente, il suo cuore ora non può fare più nulla che rompa il silenzio della bianca stanza.

Infine, vi arrivò, a quel telefono. Ormai, sapeva cosa fare. Era preparata ad ogni evento.

"Pronto?"

"…"

"Pronto? CHI parla? PRONTO?"

"Anna, Francesca, Claudia, Giulia, Roberta, Chiara, Sara, Federica, Valentina, Elena, Stefania, Simona, Alessandra, Adriana, Giovanna, Valeria, …………?"

" Si, sono io. Chi è?

"Siamo tutte le donne che tu sei stata. Ti chiamiamo per dirti di restituirci tutti i nostri ricordi, perché la vita è la nostra e non è giusto che tu la viva per noi."

"Ma quelli sono i MIEI ricordi, come osate?"

"No, cara, sono nostri ,perché tu non hai mai ,veramente, vissuto. Te l’abbiamo fatto solo credere. E poi la nostra non è una richiesta ma è un monito: noi abbiamo già ripreso la nostra vita (I frutti che pendevano dai rami- braccia della ragazza). Ci sembrava giusto dirtelo. Divertiti. E telefona ogni tanto.

Ciao."

Click.

 

 

 

BEH? CHE C’E’ DA GUARDARE?