C’era una volta un mondo in cui non esisteva l’uomo e gli animali avevano sviluppato un grado abbastanza alto di civilizzazione. Un giorno Clelia, una gallinella candida e graziosa se ne andava per il bosco e a un tratto, sotto una grande quercia vide una volpe in fin di vita, debolissima a causa delle ripetute ferite che sanguinavano copiosamente.
Clelia avrebbe dovuto ignorarla, le volpi mangiavano le galline e tante sue amiche erano state uccise da quei crudeli diavoli fulvi ma impietosita dall’aspetto malconcio si avvicinò.
Era un maschio e aveva perso coscienza.
Contravvenendo a tutte le raccomandazioni che da quando era nata i suoi concittadini le avevano ripetuto se lo caricò sulle spalle e lo portò nella comunità.
Quando la videro la presero per pazza e le minacciarono anche di cacciarla ma Clelia si mostrò ferma nella sua risoluzione e curò amorevolmente la volpe.
Sentiva gli altri mormorare che l’avrebbe uccisa appena si fosse ripreso ma Clelia si era troppo affezionata a quel pelo rossiccio e agli occhi neri che lucidi e dolci negli ultimi giorni la guardavano con interesse.
Se solo non fosse stata accecata dall’amore, perché oramai era questo che provava, avrebbe visto che non era passione quella che c’era negli occhi della volpe ma ingordigia e quelle leccatine di baffi non erano baci che le avrebbe voluto dare ma voglia di sentirsela nel palato.
Clelia non vide tutto questo, non se ne convinse nemmeno quando provò a dargli una zampata, e non lo fece nemmeno quando tentò di morsicarla e tremante e stupita fu costretta a uscire dalla stanza dove lo teneva ricoverato.
Dopo quell’episodio si era convinta a non vederlo mai più, a lasciare che gli altri lo uccidessero per proteggere tutti ma il proponimento durò solo una settimana e tornò di nuovo a dispensargli cure.
L’ultimo palpito del suo cuore un attimo prima che lui glielo strappasse con un morso fu per l’amato che con voracità la sta va divorando.
Fu una dolce morte.


C’era una volta una pittrice piena di talento ma poverissima. Viveva in un minuscolo monolocale di Parigi sognando un giorno di vedere i propri quadri esposti nel famoso museo del Louvre.
Di giorno lavorava in una pizzeria e con i soldi che guadagnava comprava tele e colori. Di notte, poi, dipingeva paesaggi, persone che vedeva durante le sue giornate o le fantastiche stelle che immobili la guardavano dalla finestra aperta.
Aveva fatto vedere i quadri a tanti critici e padroni di gallerie ma nessuno era disposto ad esporli. All’ennesimo no, chiudendo la porta del suo monolocale dietro le spalle si mise ad urlare verso il cielo.
“Perché sei così crudele con me, perché non vuoi che le persone vedano che cosa ho da esprimere, darei qualsiasi cosa per diventare ricca e famosa  e vedere esposti i miei quadri nelle principali gallerie, hai  capito? Darei qualsiasi cosa.” Urlò con tutto il fiato che aveva in gola.
Appena ebbe pronunciate queste parole la stanza era stata inondata da una luce abbagliante e un bellissimo giovine era entrato dalla finestra fluttuando nell’aria.
Aveva i capelli biondi come il grano maturo e occhi trasparenti. Una veste di raso rosso mandava bagliori.
“Sei un angelo” aveva sussurrato la pittrice e lui impercettibilmente aveva annuito.
“Il cielo ha ascoltato le tue urla e vuole accontentarti a una sola condizione, però” Non apriva la bocca per parlare e le frasi non avevano suono, la pittrice riusciva a sentirle solo attraverso la mente. “Diventerai famosissima, i quadri che hai dipinto verranno esposti nelle gallerie di tutto il mondo accanto a quelli dei grandi maestri e non dovrai più vivere di stenti ma dovrai smettere di dipingere. Se intingerai anche solo una volta il pennello nel colore e lo imprimerai sulla tela il cielo riprenderà tutto ciò che ti ha donato e tu sarai sua prigioniera.”
La pittrice aveva pensato che non sarebbe stato difficile mantenere gli accordi e aveva accettato l’offerta.
L’angelo non aveva mentito. Il giorno dopo tutti sapevano il suo nome e ella aveva iniziato a girare il mondo. Dopo un anno però l’imposizione dell’angelo aveva iniziato a pesare. Uno strano fuoco ardeva le sue viscere e una strana smania le rapiva le mani guidandole verso i pennelli.
Una sera, nella sua casa sontuosa, aveva tolto la polvere dalle tele bianche e dai pennelli che dalla notte in cui l’angelo era venuto erano rimasti inutilizzati e anche se la sua mente la intimava di fermarsi la sua anima aveva guidato la sua mano mentre prendeva i pennelli e li intingeva nel vermiglio e nell’oro.
Quando la prima pennellata fu impressa sulla tela la stanza aveva sparito e lei si era sentita trasportare verso l’alto.
Dove sia finita nessuno lo sa ma si dice che nelle notti calde d’estate le stelle che cadono a decine invitando noi umani a pensare dolci desideri siano solo pennellate di oro e luce che la pittrice prigioniera cerca di imprimere sulla tela del cielo senza riuscirci.
E allora quando pensate a ciò che vorreste donate un pensiero anche alla pittrice che divorata dal sacro fuoco dell’arte cerca di rimanerne bruciata. 


 C’era una volta un regno in cui l’inverno non poteva mai manifestare i suoi effetti e il vento vestiva le sembianze solo di una brezza leggera.
Freschi zeffiri rinfrescavano le giornate più calde e farfalle multicolori impollinavano fiori che prendevano il loro colore dal cielo terso e dall’erba che sempre verde cresceva sulle colline che circondavano il villaggio.
 Il castello era costruito d’avorio venuto dall’Africa e di marmo nero  e rosa trasportato in dono da coloro che stanchi del viaggio e del terreno impervio giungevano in questa oasi felice Su di questo piccolo territorio inondato di luce, dove il sole si nascondeva solo dietro nuvole cariche di pioggerella leggera e purificatrice regnava un re buono.
Un giorno di giugno il re si sposò con una giovane fanciulla di sangue blu figlia di un mandarino cinese. Tutti furono colpiti dalla bellezza della neo regina e quando nacque il principino nel regno una settimana di banchetti, feste e musiche si susseguirono senza sosta. Il principe fu, però, sempre cresciuto all’interno del castello. Non amava leggere e passava tutto il tempo a giocare con la madre o a girovagare senza meta nelle stanze dell’immenso castello.
Solo il giorno del suo sedicesimo compleanno ebbe il permesso di visitare il regno liberamente. Vagò gioioso per le viuzze odorose di polli arrosto e di dolcetti, corse per i prati coperti di rossi tulipani e di timidi ranuncoli, sotto un albero vide all’improvviso un uomo che piangeva. Si avvicinò curioso e preoccupato.
“Che cos’hai, buon uomo?” chiese “Ti ha forse colpito qualcuno con una pietra? Sei forse caduto da quest’albero? Un animale ti ha punto?”
“No, mio giovane amico” rispose l’uomo con gli occhi lucidi asciugandosi le guance “ non piango a causa di un dolore fisico, è una ferita dell’anima che provoca le mie lacrime: l’amore sta trafiggendomi con la sua lancia”
“Amore? Che cos’è o chi è costui?” L’uomo la guardò stupito “Tu, bello come il sole di marzo e prestante come un dio greco non conosci l’amore? Non posso crederlo. Non ti burlare di me e vattene.”  Il principe perplesso e dispiaciuto se ne andò.
Tornando verso il palazzo incontrò una bella ragazza che cantando felice inondava l’aria di dolci note. Il principe le se avvicinò sorridendo: “Che cos’è che ti provoca letizia? Hai forse bevuto un vino dolce e alcolico che il sangue ne è stato inondato?” le chiese.
“No, signore, niente vino. E’ l’amore che da corpo alle mie corde vocali”
“ Dimmi almeno tu che cos’è questo amore?”
“E’ ciò che rende soleggiata la vita, bel giovine e se ancora non è entrato nella tua vita spalanca le porte e accoglilo a braccia aperte”.
Così dicendo, con passi di danza aggraziati continuò per la via.
Il principe corse subito dalla madre per chiederle perché mai non avesse mai sentito ciò di cui gli aveva parlato la ragazza. “Madre, dimmi, che cos’è l’amore e perché io non l’ho mai provato?” La bella regina quando sentì quelle parole iniziò a piangere. Il principe spaventato le si avvicinò ma con un gesto lo respinse dicendo:
“Figlio mio, io e tuo padre ti desideravamo tanto ma non potevamo averti. Mi rivolsi allora a una maga che ti mise nel mio grembo dicendomi però che dato che non eri nato dall’unione dell’amore mio e del re tu non saresti stato capace di amare. Ma non credere che questo ti priverà solo di gioie, ti risparmierà anche tanti dolori quindi sii felice e vivi come puoi”.
Il principe dapprima fu rincuorato dalle parole della madre ma dopo qualche mese non poté più ignorare ciò di cui tutti parlavano e si rivolse a una strega.
“Voglio che tu mi dia la capacità di amare” le disse.
“Non posso principe” le rispose “ posso solo farti provare per un minuto ciò che sentiresti se il tuo cuore non fosse incapace di battere per amore ma bada bene, è un dono prezioso e terribile. Sei proprio sicuro di volerlo?”
Il principe la guardò con i suoi occhi chiari e assentì deciso con il capo.
La maga lo fece sedere nella sua capanna e gli fece bere una pozione rubino.
La maga aveva ragione, era un regalo terribile. Il principe per un minuto guardò il mondo tingersi di colori mai visti e nemmeno lontanamente immaginati, sentì suoni e captò profumi che lo inebriarono e quando il sessantesimo secondo lo privò di tutto questo si sentì talmente vuoto che correndo si gettò nel lago fresco che lambiva la capanna della maga e affogando si uccise.


C’era una volta un eremita che sereno viveva in una piccola valle ai piedi di una grande montagna.
Dalla sua piccola e confortevole grotta riusciva a spingere il proprio sguardo sui verdi boschi di pini, sui campi collinari d’oro d’estate e nelle giornate limpide riusciva talvolta a immaginare la linea della costa prima che il mare si confondesse con il cielo blu.
Era felice di aver trovato quel rifugio che aveva arredato con morbide pelli prese dagli animali di cui si cibava e amava svegliarsi con i raggi del sole che da un piccolo foro giungevano la mattina e vi rimanevano per gran parte della giornata.
La sera, poi, le stelle rilucevano chiare e popolavano i suoi dolci sogni, infine un piccolo villaggio poco lontano ogni tanto mandava da un ragazzino con qualche libro e quando il raccolto era particolarmente favorevole alcune pagnotte di pane e degli aranci.
L’eremita era contento di questa dimostrazione d’affetto e non avrebbe mai lasciato il luogo in cui voleva morire ed essere seppellito per sentire all’infinito il dolce suono del silenzio.
Un giorno però un enorme masso staccandosi da una delle montagne che tanto amava andò a cadere proprio davanti all’ingresso della grotta. Fu una fortuna che l’eremita si trovasse in quel momento nel bosco a cacciare ma pianse ugualmente lacrime amare alla vista della casa oramai inaccessibile.
Cercò in tutti i modi di togliere quel tremendo masso, inventò ordigni complicati sperando di moltiplicare la propria forza ma fu tutto inutile. Si recò anche al villaggio e riuscì ad organizzare una piccola squadra che presolo  in simpatia decise di aiutarlo a recuperare la propria dimora.
La pietra rimase al suo posto. Gli abitanti del villaggio, lasciandolo solo gli consigliarono di cercarsi una nuova casa ma nonostante l’estate stesse scemando l’eremita non volle darsi per vinto e si decise a dormire vicino alla pietra, cercando di  giorno un modo per aprire un piccolo varco.
L’inverno arrivò d’improvviso e inaspettato, colorando in anticipo di candido le cime degli alberi e trasformando in  vetro i campi dormienti.
Il bambino che a fatica riuscì ad aprirsi un varco nella soffice neve che copriva i sentieri, incaricato di portare i dolci di natale all’eremita lo trovò congelato ancora nella posizione di spingere invano la pietra crudele.
Se solo avesse alzato il suo sguardo in modo curioso e se solo avesse prestato attenzione all’antro buio che si scorgeva più in basso, avrebbe scoperto una grotta confortevole e meglio riparata dal vento e dalle intemperie di quella che invano aveva cercato di riconquistare.


C’era una volta  un bosco. Il bosco divideva due città in lotta: la città degli scienziati e quella degli artisti.
La guerra durava da anni e  per questo, gli abitanti stanchi di lottare e di decidere quale fra le due attività fosse migliore decisero di inviare ognuna l’esponente più stimato per discutere e trovare infine una risposta all’interrogativo che tante lotte aveva provocato.
La città degli artisti decise di inviare uno scrittore che con i suoi poemi e i suoi racconti aveva cullato le storie d’amore e consolato le lacrime amare di tanti concittadini. La città degli scienziati decise invece di inviare un astronomo che grazie al suo impegno e alla suprema intelligenza aveva aperto le porte della conoscenza degli astri e delle galassie.
I due grandi si incontrarono in una radura del folto bosco di abeti e si sedettero su due ceppi osservandosi a vicenda.
Lo scrittore aveva occhi incredibilmente mobili e profondi, spesso persi nel vuoto, mani macchiate d’inchiostro e fogli che sporgevano dalle tasche dei vestiti sgualciti
Lo scienziato invece, squadrava l’artista da dietro lenti spesse e gli occhi  si rivolgevano sovente verso il cielo.
Fu lo scienziato a parlare per primo.
“Il cielo non ha segreti per me. La conoscenza è quello che serve all’uomo per progredire e costruire un mondo migliore. L’arte è solo diletto, inutile passatempo di coloro che non hanno voglia di sudare sopra a libri illuminanti. Non sono gli artisti che cambiano il mondo ma gli scienziati.”
L’artista non rispose e lo scienziato accalorandosi continuò.
“ Grazie alla scienza l’uomo può migliorare. Io conosco stelle che influenzano le maree, scandaglio cieli che voi potete solo guardare. Grazie a me si potrà viaggiare nell’universo, scoprire mondi nuovi e misteriosi”.
L’artista rimase muto.
“Perché non parli dunque?” Chiese lo scienziato irritato.
“ Tutto ciò che hai detto è vero.” Rispose lo scrittore “Tu conosci cose che io non immagino ma io so cose che tu non riuscirai a studiare mai perché la scienza rende migliore l’uomo ma l’arte lo rende libero.”


C’era una volta una coccinella che si innamorò di un bruco. La coccinella guardava ogni giorno il bruco passare davanti al  fiore su cui si posava per mangiare e sognava di come sarebbe stato bello che il bruco si accorgesse di lei e l’amasse come lei faceva.
Spesso lo aveva anche seguito dall’alto cercando di non essere scorta e maledicendo le giornate di pioggia che non le permettevano di vedere quella veste di smeraldo e il muso grazioso.
La coccinella vedeva spesso il bruco vagare da solo con aria triste e qualche volta lo aveva sentito anche lamentarsi per gli scherni di cui era oggetto e per la solitudine che viveva.
Una volta le aveva anche parlato scorgendola nel cielo. Le aveva fatto cenno di scendere e aveva invidiato la sua capacità di volare ma la coccinella non era riuscita a dire niente e aveva continuato a nascondere i propri sentimenti.
Il bruco non era indifferente a colei che con il suo vestito rosso e nero rappresentava una silenziosa compagnia nei suoi viaggi ma soffriva molto perché lei non voleva parlare con lui.
Un giorno il bruco sparì. La  coccinella dapprima seppur soffrendo non lo cercò ma quando la sua assenza si prolungò decise di volare fino ai confini più lontani del prato e raccolse il proprio coraggio per chiedere alle formiche e ai calabroni notizie di lui.
Una piccola ape infine le disse che l’ultima volta che l’aveva visto era indaffarato a preparare un bozzolo sotto un tulipano.
La coccinella affannata volò sulla foglia di un superbo tulipano rosa e attese impaziente che il bruco uscisse dal bozzolo.
Non sapeva perché avesse deciso di costruirsi quella casa ma sapeva che prima o poi sarebbe uscito.
La mattina del quinto giorno, illuminato da un timido raggio di sole il bruco si aprì un buco nel bozzolo.
La coccinella si avvicinò decisa a confessargli il proprio amore.
Ma il bruco non era più l’esserino  verde che tutti schernivano. Era diventato una bellissima farfalla dalle grandi ali rosse.
Non degnò nemmeno di uno sguardo la piccola coccinella intimorita, sinuosamente ed elegantemente volò verso il cielo e scomparve.
La coccinella non lo vide più.


 
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