L’ingegner Pio era assai stimato nell’ambiente
di lavoro e, per i vicini di casa, era una persona rispettabilissima. Un
galantuomo. Sul lavoro, nel suo ruolo di ingegnere - capo, era una sicurezza
per tutto il dipartimento. Certo, come sempre succede vi erano anche gli
invidiosi. L’ingegnere, però, non badava affatto alle male lingue
e quelle poche volte che si soffermava a rifletterci, conveniva che non
valeva la pena pensarci. Insomma, la sua reputazione era pressoché
inattaccabile, in casa e fuori. Poi, un giorno di primavera con la magnolia
del giardino soavemente fiorita, la moglie lo lasciò e partì
con un altro, più giovane di lui, per paesi tropicali. Certo che
lui lo conosceva! Era un collega, uno di quelli che gli si era mostrato
sempre amico, che spesso veniva a trovarlo a casa, anche quando lui non
c’era... ora l’ingegner Pio capiva. Fu un brutto colpo, ma fece di tutto
per non darlo a vedere. Dopo l’ufficio si chiudeva nel suo laboratorio
in cantina e ne usciva all’alba: una doccia e di nuovo al lavoro. Il suo
aspetto cominciò a deteriorarsi e il suo comportamento in ufficio
mostrò le prime incrinature. Se ne rendeva conto, certo, ma era
l’unica possibilità che aveva per sopravvivere. Fu così che
inventò il “Felix” e decise di brevettarlo, dopo i necessari collaudi.
Era un apparecchio elettronico che, applicato alla dinamo della bicicletta
(l’ingegner Pio era un grande appassionato della bici) e collegato con
due elettrodi alle tempie, procurava un inebriante stato di benessere che
durava tutta la giornata. Più si pedalava, più energia positiva
il “Felix” portava al cervello. Lo modificò creando un apposito
casco che contenesse gli elettrodi, i quali nel frattempo erano diventati
tre, il terzo per il cervelletto, e studiò un “design” che fosse
accattivante. I colleghi cominciarono a guardarlo con curiosità:
ultimamente si presentava in stato di perenne euforia, con le mollette
ai pantaloni spiegazzati, e quel buffo casco d’argento che, appena tolto,
dava ai suoi capelli elettrizzati un’aria da matto. Alla scrivania ridacchiava
per conto suo e più di una volta fu sorpreso a pedalare come un
ossesso nel piazzale, lanciando gridolini di gioia. Lo battezzarono “Robocop”
e le battute salaci sul suo conto si fecero sempre più pesanti.
Gli amici veri, quelli che gli volevano bene, erano preoccupati nel vedere
il suo stato di salute. Se ogni mezz’ora non faceva la sua pedalata in
cortile, Pio diventava irascibile, scontroso e persino violento. Il “Felix”
gli stava cuocendo il cervello. Un giorno Iris, la segretaria dell’ufficio,
(per la quale l’ingegnere capo, a detta di molti, aveva sempre avuto un
debole) provò a fargli intendere, con le parole giuste, che forse
un bravo dottore avrebbe saputo aiutarlo vista anche la sua amara vicenda
familiare. Gli parlò accorata, Iris, come solamente una donna preoccupata
avrebbe saputo fare. Pio la guardò a lungo col casco in testa, considerò
i suoi dolci capelli biondi, annegò per un istante negli occhi azzurri
della ragazza, sembrò perdersi in chissà quali pensieri lontani,
poi scoppiò a ridere e corse alla sua bici. Quello stesso giorno
ebbe un incidente grave: tornando a casa provò a far diventare rosso
il semaforo “intelligente” in fondo alla strada. Il “Felix” esplose, la
dinamo si ficcò tra i raggi della ruota anteriore e Pio catapultò
malamente sull’asfalto. Rimase tre mesi più di là che di
qua. Poi, lentamente, tornò in sé. Riprese il lavoro presentandosi
con un mazzo di fiori per Iris e, un anno dopo la sposò. Gli inviti
per gli amici dicevano “Iris e Robocop si sposano...”. Vissero, naturalmente,
felici e contenti.