Passo dopo passo
di Daniela Gangale

 
 
Erano ai piedi della lunga scala dai gradini rotti. Dinanzi a loro, sul lato destro, un enorme platano. Il cartello nero posto alla base dell’albero dava alcune indicazioni, specie, età stimata, origine. Ma era un cartello da Orto Botanico, troppo breve per raccontare una storia, troppo esauriente per lasciare qualche curiosità.
Sul lato sinistro della scala c’era un altro platano. Il cartello parlava anche di quello e raccontava che era stato stroncato da un fulmine nel 1990.

Compagni. Siamo stati compagni per tanti anni. La sotto, lo sai, le nostre radici si intrecciano. Come le chiome lassù in alto che si sfiorano, si carezzano con le lunghe dita piene di foglie, giorno dopo giorno anno dopo anno. Giorno dopo giorno, anno dopo anno continuiamo a descrivere il nostro cerchio, la cui circonferenza tocca il sole nel punto più alto, sprofonda nella terra umida in quello più basso. Eterni. Siamo eterni, come i primi principi, il bene e il male, il caldo e il freddo, il secco e l’umido.
Così credevamo. E poi quello strappo tremendo, l’urlo dell’universo fatto fuoco su di lui. In un attimo spezzato il lavoro di secoli, l’accordo perfetto che ci faceva pari. Provo a chiamarlo qualche volta, a sentire il suo fruscio. Ma parte di lui è ormai morta, muta alla vita, bruciata, disseccata. E continuano a scorrere sotto di noi quelli che salgono per questa scala.

Gradino dopo gradino salirono su. Era una giornata di primavera piuttosto tiepida, quasi tutto era fiorito intorno ma l’aria era ancora appiccicaticcia, colpa della foschia, di quell’inverno che sembrava volersi attaccare alle cose e farle grigie di sé. In cima alla scala c’era una fontana. Lei si chinò a guardare; il bordo di marmo era tutto roso dal tempo. Chissà cosa si annidava nel nero dei pori.

Non affannarti a cercare la parola che dica della mia vita. Non c’è. Sono qui in questi fori del marmo e nasco, cresco, continuo la mia specie dando vita ad altri esseri come me. Poi muoio o forse no; nelle innumerevoli effimere vite che si affannano qui sotto rivive sempre l’incarnazione di me stesso, uno e mille. Non affannarti a cercare la parola che dica della mia vita. Non c’è. Perché non è parola, non è pensiero, non è logica sequenza di idee. Io sono. E questo è il tutto.

A tratti il sole si faceva più intenso lungo il viale. Lui voleva ritrovare un posto dove era stato tempo addietro, un boschetto di bambù che aveva scoperto in una giornata di pioggia e che voleva rivedere adesso, col sole e l’aria più calda. Si inoltrarono su per la collina. La salita era piuttosto ripida ma la vista era così piacevole da non far sentire la fatica. Ai lati del viale si alternavano fiori dai colori più vividi e dalle forme più strane, alcuni timidi e piccoli, raccolti in infiorescenze a grappolo quasi per farsi coraggio, per farsi compagnia. Altri invece più spavaldi e sgargianti, staccati dalle foglie per farsi guardare, sfacciati e brillanti. Poi c’erano arbusti leggeri dalle foglie di velluto che protendevano la loro carezza  alle mani di lei che veloce li sfiorava e alberi alti, dalle chiome articolate e nodose la cui linfa percorreva chilometri e chilometri, ramo per ramo, fronda per fronda. Ad un tratto apparve una piccola pozza. Lui salì in bilico su un sasso che sporgeva dentro l’acqua: “Guarda! Una tartaruga.”

Tu che mi guardi, tu, non puoi capire. Perché non partecipi della mia doppia natura. Vivere nell’aria e vivere nell’acqua, respirare per un attimo ciò che è leggero e impalpabile e per un attimo abbandonarmi giù, lasciarmi avvolgere da questo verde languore, fatto di melma e di foglie e di cose morte, sono i due momenti che scandiscono il ritmo della lunga giornata. Nel cuore scuro del mio occhio, che non esprime altro se non la fissità dell’essere nel suo perenne ed illusorio divenire, c’è il segreto dell’universo. Temilo. Potresti leggervi la risposta alle domande che ti confondono l’anima.

Infine arrivarono al boschetto di bambù. In realtà non ce ne era uno solo ma diversi piccoli boschi con bambù di varie specie; impararono dai cartelli bianchi posti un po’ a caso tra le radici, dalla parte del vialetto, che si trattava di bambù provenienti dalle più lontane parti della terra, dalla Corea, dal Giappone, dalla Cina. E ognuno aveva il suo nome e il suo colore, e uno spessore del tronco diverso e una foglia più allungata o più tozza, più lucente e più opaca. Al centro della zona dove più si infittivano i tronchi, tratti verticali segnati di scatto da una mano distratta, si intuiva un altro albero. I due si avvicinarono per guardare meglio. Non riuscivano a capire di che specie fosse; poteva essere una quercia o un platano. Aveva un tronco di considerevole grandezza ma era morto, con pochi rami scheletrici e neri.

Puoi capire perché sono morto? Di solitudine, in mezzo a tutti questi diversi da me. Avevo impiegato molti anni a prendere coscienza di me, a realizzare la mia natura, ad essere me stesso. Loro invece svettarono alti e veloci intorno. Così sicuri, così dritti nei loro principi, senza un ripensamento, un ramo secondario, una fessura nella corteccia. Dopo poco mi accerchiarono. Le mie radici non riuscirono a districarsi dalle loro, non riuscirono a mantenermi in vita come prima. E lentamente non provai nemmeno più a succhiare dalla terra quanto mi serviva giorno per giorno. E ora sono qui. I loro tronchi mi stringono talmente che non posso nemmeno cadere a terra, abbattuto, e confondermi con l’humus, rivivere in altri esseri. Resto qui, fantasma di me stesso.

Decisero di avviarsi verso l’uscita. Si avvicinava l’ora di pranzo, il cannone aveva già scandito il mezzogiorno. Fuori, il traffico li aggredì nuovamente. E tornarono ai pensieri di prima.
 

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