Da innumerevoli giorni, ormai,
stava vagando per le Terre Desolate, ed era prossima a perdere ogni speranza.
Inutilmente, e in completa
solitudine, aveva cercato e aspettato con tutte le sue forze.
Tutte le sue compagne erano
già ritornate al villaggio con una Visione per l'Antica.
Invece per lei non c'era ancora
stata nessuna Rivelazione. I suoi erano stati i soliti sogni, vuoti e senza
alcun significato, che non dicevano nulla d'importante o di utile.
- "Dei, perché?" - gridò
in uno scatto di disperazione.
- "Ho rispettato il Rito, e
ho recitato i Sacri Detti com'è stato prescritto. In che cosa ho
peccato, Dove ho sbagliato, Dei?" -
Il Popolo aveva bisogno che
nuove Visioni arricchissero e rinforzassero quelle più antiche.
Inoltre, anche se era spaventoso
persino il solo pensiero, Lartha, la Saggia, era ormai prossima al Grande
Viaggio, e presto li avrebbe tutti lasciati come orfani senza madre, né
padre.
Lartha, la Sacerdotessa, la
Guaritrice, l'Educatrice, aveva raccolto un migliaio di individui deboli,
spaventati e confusi, e ne aveva fatto un popolo.
Non forte, né prospero,
perché la morte era sempre in agguato con i suoi feroci artigli
di fame e di malattia.
Ma il Popolo era unito e coraggioso.
E Lartha lo guidava con amore e saggezza.
Ora, tuttavia, sentiva le forze
allontanarsi da lei, risucchiate dai lunghi, durissimi anni dedicati alla
sopravvivenza della sua gente.
Adesso, il rosso sangue apportatore
di vita non scorreva più veloce come un tempo nelle sue vene, e
i suoi occhi si stavano lentamente spegnendo.
Ma con gli occhi della mente,
aveva visto ciò che ancora doveva essere fatto.
"Le Dodici Vergini si metteranno
in cammino, cercando le visioni che gli Dei vorranno mandare loro.
Partiranno senz'armi e senza
cibo, portando con loro solo le Sacre Pergamene con i Detti Supremi.
Esse dovranno recitarli ogni
giorno, in perfetta meditazione, per tutta la durata del loro esilio.
Quando avranno ricevuto dagli
Dei una Visione, torneranno da me.
Ognuna, in segreto, mi rivelerà
la propria, e io sceglierò.
Chi avrà avuto la Visione
più grande mi succederà nella guida del Popolo, e avrà
la mia benedizione e quella degli Dei.
Ora andate, figlie, e che gli
Dei vi siano propizi." -
Le Dodici Vergini partirono
insieme, e dopo un sangue erano già tornate, tutte meno una: Egla.
Aveva partecipato con le Sorelle
alle Meditazioni e alle Preghiere quotidiane. Aveva lottato al loro fianco
contro le belve e gli altri pericoli del deserto.
In completo silenzio, senza
mai scambiare una parola, le Vergini avevano a lungo guardato dentro di
sè, attendendo un segno dagli Dei.
Ogni mattina si svegliavano
trovando, tra i rami e le foglie secche che costituivano i loro semplici
giacigli, un posto vuoto.
Una fanciulla, avuta la Visione,
era tornata al villaggio, prima che le Sorelle si svegliassero, come Lartha
aveva ordinato.
Così, giorno dopo giorno,
Egla aveva visto le sue compagne diminuire di numero, finché non
era rimasta da sola.
Sola a guardare le stelle,
e a supplicare invano gli Dei.
Sola a soffrire e a torturarsi.
Sola a sentirsi incapace e inutile. E i sogni non venivano mai.
Ogni notte si coricava alla
ben e meglio, senza curarsi dove, e pregava con tutta l'anima di poter
finalmente avere un piccolo sprazzo di Luce che potesse essere d'aiuto
al suo Popolo.
Alla sessantesima notte, infine,
sognò.
Tornò a casa, distrutta
nel corpo e nello spirito, per le fatiche, le sofferenze subite e la cocente
delusione.
Quando Lartha la mandò
a chiamare, Egla si prostrò piangendo ai suoi piedi.
- "Oh, Madre! Ti prego, permettimi
di allontanarmi dal tuo cospetto, perché non sono degna!" - Implorò
fra le lacrime.
- "Figlia, perché queste
parole dolenti?'' - Domandò la Sacerdotessa - "gli Dei non hanno
forse donato una Visione anche a te?" -
- "Perdonami, Antica", - rispose
la fanciulla - Ho avuto una visione così sciocca e incomprensibile,
che temo sia stata piuttosto un'allucinazione dovuta alla debolezza di
questo mio miserevole e disprezzabile corpo.
Non oso raccontarla a te, che
sei "l'Occhio degli Dei" e che conosci ciò che è stato e
ciò che avverrà. -
- "Egla", rispose la Veggente,
- A volte il mio dono assomiglia di più a una maledizione, che gli
Dei perdonino queste mie amare parole. Sì, io ricordo epoche ormai
sepolte in cui grandi erano lo splendore e la potenza degli uomini. Ma
essi peccarono d'orgoglio nel volersi rendere troppo simili agli Dei. Troppo
pretesero dalla loro stessa natura, e precipitarono in un infinito baratro
di miserie e di dolore.
Solo grazie agli Dei pietosi
riuscii a trovare i pochi sopravvissuti di queste terre distrutte. Li raccolsi,
li nutrii, li curai.
Oh, essi erano come neonati
in fasce ai miei occhi. Li amai come una madre, e, come una madre cercai
con tutte le mie forze di farli sopravvivere.
Ora sono qui, debole e stanca;
presto non avrò più la forza di proteggerli.
Il Popolo ha bisogno di sangue
nuovo e di giovani energie. Per questo vi ho mandate in viaggio: per trovare
la migliore fra di voi. Dovrà essere forte, dovrà avere un
cuore grande che sappia molto amare e molto sopportare.
Sulle sue spalle ricadrà
un fardello enorme: dovrà essere Madre, Maestra, Saggia, Guaritrice
e Levatrice per questo nostro Popolo.
Non capisci, Egla? Essi sono
ancora come bambini, senza una guida si disperderanno e moriranno, gli
Dei non vogliano!
E ora, dimmi, chi sei tu per
affermare che la tua Visione non è importante? Lascia che sia io
a giudicarla, perché ciò è mio dovere, oltre che mio
privilegio". -
Allora, tremando, con lo sguardo
basso e velato di lacrime, Egla, riluttante e timorosa, parlò:
- "Madre, poiché questo
è il tuo volere, eccoti il mio sogno:
Ero stesa sul mio giaciglio,
cercando invano di dormire, quando, all'improvviso, mi ritrovai a fluttuare
nell'aria. Stupita, guardai verso il basso e vidi a terra il mio corpo
addormentato.
Subito dopo, sentii una forza
che m'attirava, e incominciai a salire sempre più in alto.
Avevo la sensazione di una
grande velocità, ma non avvertivo alcun disagio.
Istintivamente, chiusi gli
occhi. Quando li riaprii, scoprii che mi ero fermata. Mi stavo librando
nella più assoluta oscurità. Mi guardai attorno, incuriosita,
e vidi che nel buio ardevano molti fuochi lontani.
Mi voltai, e fui quasi accecata
dalla luce verdeazzurra di un grande globo che galleggiava ai miei piedi.
Girava lentamente su se stesso,
scintillante, maestoso e bellissimo.
Ancora una volta, sentii la
forza che m'attirava.
Potei solo rivolgere un'ultima
occhiata a quella strana sfera luminosa, quando m'accorsi di riprendere
velocità.
Il globo di turchese divenne
sempre più piccolo, fino a ridursi a un puntino fra le moltitudini
di minuscole luci fiammeggianti.
Continuavo a procedere. Mi
sembrava di essere veloce come la saetta che colpisce il suolo molto prima
che il cupo brontolio del tuono rimbalzi e rotoli fra le montagne.
Persi la cognizione del tempo.
I miei sensi si erano offuscati. Intravedevo lampi di luce vivida e sinuose
cortine colorate, e non sentivo più il mio corpo.
Di nuovo, mi arrestai. Mi trovavo
sospesa dinanzi a un'enorme immagine straordinaria, e per me incomprensibile:
vedevo un grande disco sfolgorante, più spesso e luminoso al centro,
più sottile e diafano a i bordi.
Luccicava e brillava così
intensamente da ferirmi gli occhi, anche quando non lo guardavo.
Anch'esso girava lentamente
su se stesso, glorioso e magnifico, degno di ornare con la sua luce la
corona di un Dio.
Poi, fui nuovamente prigioniera
di quell'oscura forza che mi chiamava a sé.
Volai , cieca e sorda, per
quella che mi parve un'eternità, ma non provavo paura, né
fame o sete. Anzi, sentivo una gran pace e un profondo benessere. Mi sembrava
di essere ritornata nel benedetto grembo materno, immersa nelle Sacre Acque
e cullata dal dolce movimento del respiro di mia madre.
Quando mi accorsi di essere
nuovamente ferma, i miei occhi poterono finalmente aprirsi. Davanti a me
s'ergeva una compatta muraglia, formata da innumerevoli dischi luminosi
simili a quello che avevo visto poc'anzi. Era immensa, tanto che non riuscivo
a scorgerne l'inizio, né la fine. Si espandeva e si contraeva come
l'infinito cuore di un Dio.
Ancora una volta, ripresi la
mia folle fuga, e questa è l'ultima cosa che vidi prima del mio
risveglio: Nell'oscurità brillavano due enormi serpenti, intrecciati
strettamente l'uno all'altro, nello stesso, identico modo in cui sono avvolti
i serpenti che adornano il tuo Bastone, il Caduceo, quello che tu chiami
"il Simbolo della Vita". Lo scettro che costruisti in memoria dei Tempi
Perduti, antichi come te, Lartha, Madre di tutti noi.
E ora, perdonami se ti ho intrattenuta
con gli inutili sogni di una sciocca ragazza. Vedi bene che non sono degna
della tua attenzione.
Sicuramente, qualche altra
Vergine avrà saputo dirti qualcosa di veramente importante e utile
per il nostro Popolo." -
Con grande stupore di Egla,
la Sacerdotessa, con le lacrime agli occhi, le tese le braccia e la strinse
in un abbraccio commosso.
- "Figlia!" - esclamò
- Tu sola hai visto molto più di quanto io abbia mai potuto fare!
Tu sola, per volere degli Dei, hai avuto l'onore di posare gli occhi sui
Grandi Misteri del Creato!
In un attimo, mi hai riportata
alla mia lontana gioventù. All'epoca in cui gli uomini sfidarono
gli Dei studiando e manipolando, con irriverente indifferenza, i mattoni
stessi della Vita.
Tu hai visto la Doppia Spirale!
Sapevo, ricordavo che era in noi, nei nostri corpi, nella nostra carne.
Ma tu l'hai vista nell'universo, Egla!
Tu, giovane, ingenua fanciulla,
non comprendi l'onore che ti è stato concesso? Hai potuto vedere
con i tuoi occhi che l'Infinitamente Grande e l'Infinitamente Piccolo sono
tutt'uno!
Allora, nei giorni della nostra
massima gloria, allora, prima della nostra catastrofica caduta, non lo
sapevamo; non eravamo riusciti a scoprire che tutto è vivo, e tu
l'hai visto! Come le cellule, così l'universo, tutto vive!
Questa volta, però,
non dovremo, non dovrete dimenticare. Ci penserai tu, Figlia, e le tue
Figlie dopo di te.
Dovrai adoperarti con ogni
fibra del tuo essere perché nessuno dimentichi fino alla fine dei
tempi.
Questo è il mio ultimo
volere, e se lo rispetterai non sarò vissuta invano, e tutte le
sofferenze dell'umanità non saranno state inutili.
Ricorda, Egla, e fai vivere
questo ricordo dopo di te, e così sia di generazione in generazione.
Ricorda ciò che hai visto, e ciò che ora ti dico: Tutto fa
parte di un unico immenso organismo. Che, come tutti gli organismi, aggredisce
le sue parti malate o difettose, le distrugge, e se ne libera perché
non lo danneggino.
Così ha fatto l'Universo
con noi, genere umano. Noi eravamo le sue cellule cancerose, ed esso ci
ha resi impotenti a nuocergli ancora, sterminandoci.
Ricorda: la Vita vince sempre,
e non si cura dei suoi stupidi figli che s'illudono di conoscerla, di violarla,
d'imbrigliarla.
Ti dico questo, perché
un tempo mi compiacevo di considerarmi una scienziata.
Insieme con altri, sciocchi,
superbi e ciechi come me, avviai l'umanità verso quella che doveva
essere la Nuova, Grande Era delle scoperte genetiche. Tutto ci pareva possibile,
nessun ostacolo ci sembrava insuperabile. Osammo sempre di più,
addentrandoci con spavalderia negli oscuri sentieri dell’Inconoscibile
Mistero della Vita. Non lo guardammo con amore e riverenza, onorando in
esso l'operato divino, ma stuprammo la Vita, la cambiammo, piegandola ai
nostri voleri. Ebbri della nostra sapienza divina, creammo mostri che non
avrebbero mai dovuto vedere la luce del sole. Dimenticammo che cosa fossero
l'umiltà, la pietà, l'amore.
Tronfi d'orgoglio, percorrevamo
le strade della terra beandoci del nostro potere.
Stupidi! Nel nostro trionfo
non ci accorgemmo di aver scatenato una rovina di proporzioni colossali.
Solo io sopravvissi per vedere quale lunga era di disperazione e dolore
avevamo procurato al mondo. Solo io sono rimasta a maledire quei giorni
lontani, e a implorare il perdono degli Dei e degli uomini. Fino ad oggi
ho lottato strenuamente per cercare di rimediare in piccolissima parte,
almeno, al grande scempio che avevamo perpetrato.
Ma ora so che tutto ciò
non è stato vano, grazie a te, figlia mia.
Ora so di essere stata perdonata.
Tu mi hai riscattata, Egla.
Tu ci hai riscattati tutti".