Sala d'aspetto
 

Era più forte di lui:  da sempre odiava le sale d'aspetto.
Proprio non resisteva  ad incrociare per ore sguardi ebeti ed annoiati con almeno una trentina di persone sedute, come lui, fra quattro squallide mura.
Ciò che detestava maggiormente, in tali situazioni, era che, dopo aver a lungo osservato le facce depresse dei suoi "compagni di sventura", e, dopo aver fatto le cose più assurde, come, per esempio, contare tutte le piastrelle del pavimento, e altre amenità del genere, inesorabilmente, e con sua grande costernazione, si riduceva a posare gli occhi sulle miserande stampe appese alle pareti.
È possibile che esista un fattore comune a tutte le sale d'aspetto di ogni genere e luogo?
Assolutamente sì! Ne aveva  la più ferma convinzione.
Il fattore comune è l'orribile gusto delle stampe che infestano sempre questi "limbi".
Le trovava tutte deprimenti, con i colori sbiaditi dal tempo e, perché no? Forse anche dalla noia di chi è costretto a guardarle, avendo, ormai, esaurito tutte le risorse, e, non sapendo cos'altro fare di meglio.
Ed è proprio per questi motivi che evitava le sale d'aspetto come la peste.
Purtroppo, però, c'era un'unica occasione in cui non poteva assolutamente sfuggirle, neppure con tutta la sua più buona volontà: quando doveva recarsi dal medico.
Ci andava molto raramente, in verità, e se proprio non ne poteva fare a meno.
Fu così che quel pomeriggio, dopo aver eroicamente resistito per ben tre giorni ad un violento attacco di sciatica, si decise.
Dopo aver salito le consuete tre rampe di scale assolutamente al buio, arrivò all'ambulatorio. -  "Chissà perché le rampe di scale che conducono ad una sala d'aspetto sono sempre buie? Che ci sia un misterioso e oscuro legame fra le rampe e le stampe? Sarebbe forse il caso di compiere un'accurata indagine scientifica "  - si domandava con curiosità il nostro omino, mentre, ansimante e zoppicante, giungeva davanti alla porta, trovandovi appeso l'orrendo cartello, terrore di tutti i pazienti, con cui s'informavano gli interessati che il dottore era in ferie, e che sarebbe stato sostituito da un certo dott. Ferro Lucio. Seguiva l'indirizzo dell'egregio sanitario. (Un'altra cosa che il nostro amico si chiedeva è per quale motivo il famigerato cartello informatore non venisse MAI esposto dai dottori bene in vista sulla targa del portone d'ingresso, invece che dopo le innumerevoli rampe buie. “A, questo proposito”, si diceva, “Risulterebbe interessante postulare addirittura l'esistenza del trinomio: rampe-stampe-cartello, ma, forse, sarebbe un'ipotesi leggermente azzardata”, concluse incerto.
-  "Ormai che siamo in ballo, balliamo!" -  si disse stoicamente, e, risoluto, seppure con passo malfermo, puntò alla volta dello studio medico, fortunatamente  non lontano.
Giunto finalmente a destinazione, scorse  di sfuggita la  malandata targa del medico affissa al portone di un fatiscente palazzo.
Entrò, e scoprì, naturalmente, che non c'era ascensore. Faticosamente, salì le scale, è superfluo aggiungere che, anche queste, erano completamente al buio, fino al sesto piano, e suonò il campanello dell'interno n. 66.
Un'austera  virago, vestita da infermiera, lo scortò impettita ad una tetra sala d'attesa, gremita fino all'inverosimile.
Per parecchio tempo fu perfino costretto a rimanere in piedi.
Quando, dopo un'eternità, scorse una sedia libera, vi si precipitò senza tanti complimenti, bruciando sul tempo una vecchietta e un poveraccio sciancato e  con una gamba di legno.
Nel frattempo, com'era sua consuetudine, non troppo educata, per la verità, aveva già incominciato a  squadrare e a studiare le persone presenti. Notò subito che tutti erano molto seri, anzi, si poteva tranquillamente affermare che i loro volti avevano un'aria lugubre, addirittura.
Taluni erano palesemente spaventati, e si torcevano ansiosamente le mani chiaramente sudate.
Il loro sguardo smarrito vagava inquieto senza soffermarsi su qualcosa in particolare, e soffermandosi su nulla in generale.
Altri  se ne stavano immobili, in meditazione, guardando fisso davanti a sé. Parevano immersi in un qualche cocente dolore personale, troppo grande da sopportare, oppure, più semplicemente, non osavano chiedere alla suddetta virago dov'era la toilette.
Altri ancora erano impassibili, l'espressione dura e ostile, cinica e sprezzante che sembrava dire a tutti:   - "Ehi, amico, non rivolgermi la parola, altrimenti ti faccio ingoiare tutti i denti!"  -
Su di tutti, comunque, regnava il più completo silenzio.
Non un suono, né un ansito, né, tantomeno, una voce si levavano da quel campionario di umanità dolente, e, più prosaicamente, evidentemente incazzata.
Poteva sembrare che tutti quanti avessero da poco appreso di avere un male incurabile e/o disdicevole, e che ognuno reagisse a modo suo alla non lieta novella.
-  "Accidenti!"  -  sbuffò infastidito fra sé e sé  -  "Pure di trovarmi fra 'sti moribondi mi doveva capitare!" -
Con un sospiro di disgusto, volse rassegnato lo sguardo verso le inevitabili stampe.
Per la verità, queste si distinguevano nettamente da tutte le altre che gli era capitato di vedere.
Non erano deprimenti come al solito, al contrario, erano veramente molto belle.
Ma, a ben guardarle, avevano un non so che d'inquietante. Sì, decisamente facevano venire i brividi.
Erano tutte di soggetto astratto, e avevano dei colori molto forti, che splendevano come pozzi di luce oscura.
Quasi ipnotiche, affascinavano l'osservatore come un serpente che incanta un topolino prima di divorarlo.
Rimase così profondamente colpito da esse, da non accorgersi che la sala si era andata ormai spopolando. Dovevano  essere già trascorse almeno un paio d'ore, se non tre, o, addirittura, quattro. Ma il nostro amico, inconsapevole di quanto gli capitava intorno, osservava  rapito e ammirato l'abile uso drammatico dei colori, e l'esuberanza delle tinte, ora fosche, ora violente, ma sempre sapientemente accostate e dosate.
Qua e là, nell'incredibilmente armonico caos cromatico,  credeva di riuscire a distinguere visi angosciati, bocche contorte e urlanti, mani imploranti o artiglianti,
Ma era solo un'illusione, un effetto ottico, perché bastava semplicemente cambiare prospettiva per avere una visione completamente diversa, ma altrettanto sottilmente spaventevole.
Quando, finalmente, riuscì a distogliere gli occhi da quelle sirene appese ai muri, s'avvide ch'era rimasto solo.
La stanza vuota appariva ancora più squallida, e le cupe pareti incombevano minacciose su di lui.
Da queste occhieggiavano sinistre le figure da incubo delle stampe.
Si sentiva agitato e nervoso, oppresso com'era dal silenzio e dalla pesante atmosfera del salone deserto.
Tuttavia, non osava allontanarsi da quella stanza che, se pur fiocamente, era illuminata, perché, oltre la porta, scorgeva solo il buio, che, per una ragione, al momento incomprensibile per lui, lo intimoriva assai.
Così, decise di attendere ancora un poco, prima di cercare una scusa per allontanarsi.
Ma non poteva, comunque, impedirsi di sentir crescere dentro di sé una profonda inquietudine, mentre i minuti trascorrevano lenti.
Non sapeva cosa fare. Accennò titubante qualche timido passo intorno alla sala, ma il sinistro scricchiolio delle proprie scarpe gli fece rizzare i capelli in testa.
Era ormai quasi deciso ad andarsene, e stava già cercando di racimolare il coraggio di affrontare il buio che l'attendeva, quando fu folgorato dal ricordo della targa che aveva scorto per un attimo prima di salire le scale.
Lì per lì, non l'aveva ritenuto importante, ma ora alla luce degli ultimi avvenimenti, assumeva un nuovo, terrificante significato.
Sì, la targa era sicuramente in pessimo stato, e i caratteri non si potevano leggere con chiarezza. In particolare, due lettere  risultavano del tutto cancellate.
Senza di esse sulla targa si leggeva: dott. LUCI  FER O.
Le forze gli vennero meno, e con un tonfo, ricadde pesantemente sulla seggiola, inebetito e raggelato dal terrore.
Proprio allora, mentre il panico gli paralizzava la mente e gli attanagliava il respiro, udì distintamente nel corridoio un rumore di lenti passi strascicati e pesanti, molto pesanti, dirigersi verso la sala d'attesa.
E  non poté fare altro che urlare, e urlare  e urlare ancora.

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