Uno dopo l'altro, tutti sempre uguali, la sua esistenza era un monotono scorrere di giorni.
Il torrente impetuoso della giovinezza con i suoi sogni, le sue speranze, i suoi entusiasmi, era diventato un antico fiume che scorreva sempre più lento. Fino a quando si era definitivamente arenata in un'ansa morta della corrente della vita.
Allora, la densa nube grigia della monotonia l'aveva avvolta come un sudario, e la nera ala di corvo della depressione era calata su di lei.
Un'oscura lente deformante le faceva vedere il mondo spaventoso e nemico, ogni problema era ingigantito, ogni ostacolo insormontabile.
Si sentiva sola e impaurita come una bambina indifesa, ma non sapeva, o non poteva, chiedere aiuto a nessuno.
Per sfuggire alla sofferenza, si era anestetizzata l'anima, diventando un automa insensibile.
Il prezzo pagato, tuttavia, era molto alto: si era lasciata derubare della sua vivacità, della sua intelligenza e della profondità dei suoi sentimenti.
Ogni passione, ogni interesse erano svaniti in lei. Neanche l'amore per i figli e per il marito riuscivano più a scuoterla.
Continuava a occuparsi di loro e della casa, ma era solo un gesto meccanico, un dovere dal quale non traeva nessuna gioia o soddisfazione.
Si era rassegnata a sopravvivere, ripetendo ogni giorno gli stessi atti e le stesse parole, non avendo più nulla di nuovo da dire, da fare o da dare.
Non riusciva più nemmeno a distinguere un giorno dall'altro, e neppure si sforzava di farlo, tanto, sapeva che l'indomani non le avrebbe riservato nulla in più, o in meno, di ciò che già le avevano dato l'oggi o l'ieri.
Per anni e anni era riuscita a nascondere, a tutti e anche a se stessa, il senso di vuoto e d'inutilità che si erano impadroniti di lei, e c'era stato persino il momento in cui aveva davvero creduto di essere una casalinga perfetta, una buona madre e sposa , e che questo potesse bastarle.
Ma vennero i giorni della disillusione: un velo si squarciò davanti ai suoi occhi, e, guardandosi allo specchio, non riconobbe più l'immagine che vedeva: una donna dalla bellezza ormai sfiorita e dallo sguardo spento.
Allora capì di aver buttato via la sua vita, e che non c'era nulla che potesse fare per riguadagnare il tempo perduto. Si sentiva inappagata e infelice, e vuota, tanto vuota dentro.
Spesso si domandava di cosa avesse bisogno, e perché non riuscisse a dare un senso alla sua esistenza. In fondo, materialmente non le mancava nulla, cosa poteva desiderare che già non possedesse? Ma non sapeva rispondere a queste domande.
Incominciò a stare veramente male, e ben presto fu inghiottita dalle sabbie mobili della più profonda depressione. Più si dibatteva, più andava a fondo in quell'acquitrino di noia, dubbi, paure, conflitti e sensi di colpa.
Era una situazione insostenibile, ma non riusciva a trovare una via d'uscita.
Così, non essendo capace di fare altro, continuò a trascinarsi stancamente in una vita che non le apparteneva più, anzi, che non le era mai appartenuta.
Per troppo tempo, infatti, aveva vissuto una vita che le avevano imposto gli altri.
Dapprima, c'erano stati i suoi genitori che, naturalmente, avevano agito sempre e solo per il suo bene, facendo progetti su di lei, e obbligandola a seguirli, con dolce, insistente violenza.
Così si era iscritta alla Facoltà di Lettere ("Cara, Medicina non è per te. Non si addice a una ragazza che vuole farsi una famiglia"). E, sempre per lo stesso motivo, aveva sposato quel "bel giovane" che piaceva tanto a mamma e papà ("È un bravo ragazzo, di buona famiglia e con un sicuro avvenire. Saprà renderti felice, ne siamo certi, tesoro, fidati di noi, che ti vogliamo tanto bene.")
Dopo sposata, era stato il marito che aveva preso le decisioni importanti, da solo, senza mai interpellarla.
("Tesoro, non ti sembra il momento di avere dei bambini? Nella mia posizione, avere una bella famiglia ha un certo peso e tu ci tieni che tuo marito faccia carriera, vero?") E lei, ubbidiente, aveva sempre detto di sì a tutti, perché sapevano cos'era meglio per lei, perché non poteva deluderli e, soprattutto, perché aveva bisogno del loro amore e della loro approvazione.
Così si mostrava sorridente, gentile, accondiscendente, perché così si comportano le brave figlie e le brave mogli.
E le brave madri, come si comportano?
Le buone madri crescono i propri figli forti e sicuri di sè, coraggiosi, determinati, in breve, ne fanno degli uomini "duri".
Lei li aveva allevati proprio in questo modo: così tanto forti e sicuri che aveva dovuto soccombere anche davanti a loro.
Nessuno aveva più bisogno di lei. Tutti erano completamente autosufficienti e perfettamente saldi, tanto che, se fosse andata via nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, o, per lo meno, non molto a lungo, di questo ne era assolutamente convinta.
Ma aveva troppa paura di affrontare il mondo, per andarsene. Del resto, non sapeva dove andare né cosa fare se mai si fosse allontanata dal suo rifugio che era anche la sua prigione.
Non poteva fare altro che continuare la sua recita, odiandosi e disprezzandosi per la sua vigliaccheria.
Ma, ancora per quanto avrebbe potuto andare avanti? Per quanto ancora sarebbe riuscita a nascondere la tempesta che le sconvolgeva l'anima?
Sapeva che, prima o poi, sarebbe crollata, e, con stupore, si era resa conto di attendere con ansia quel momento; che desiderava il suo compiersi come una liberazione.
Finalmente giunse il tempo della catarsi.
Incominciò quando rimase coinvolta in un incidente automobilistico: un grave tamponamento a catena sull'autostrada, a causa della nebbia.
Fu questione di pochi secondi: prima la corsa veloce, poi, all'improvviso, il muro bianco, l'urlo dei freni, lo schianto delle lamiere, le grida dei feriti, i boati delle esplosioni.
Si ritrovò, non seppe mai come, miracolosamente illesa e fuori dalle lamiere contorte della sua automobile distrutta.
Non si accorse di avere una serie di piccole ferite al viso e alle braccia, dovute alla rottura del parabrezza.
Stordita e sanguinante, si alzò in piedi e incominciò a vagare tra i relitti fumanti delle automobili. Barcollando inebetita, andò incontro all'odore di sangue e di morte.
Nel suo insensato peregrinare, vide una forma umana distesa sull'asfalto. Tremante, si avvicinò a quel corpo immobile. Era uno spettacolo raccapricciante: c'era sangue dappertutto .
Dalla bocca, dagli occhi, dal naso, dalle orecchie. Sangue che ricopriva come una maschera i lineamenti di quello che, fino a pochi minuti prima, era stato un uomo.
Ora, nella grottesca posizione assunta negli ultimi spasimi dell'agonia, assomigliava, piuttosto, a una grande bambola rotta.
Esitando, toccò quel sangue: era appiccicoso, denso e scuro.
Si guardò con stupore le mani lorde; poi, improvvisamente, le affondò nella materia cerebrale spappolata.
Freneticamente, se le portò al viso e, mugolando, ne aspirò l'odore dolciastro.
Un lampo bianco di puro piacere le attraversò il corpo. Un'estasi assoluta, un orgasmo così intenso da farla urlare. Poi, la sua coscienza inorridita l'abbandonò.
Si risvegliò in una bianca stanza d'ospedale, con il lezzo di mattatoio che ancora l'avvolgeva. Nauseata e sconvolta, per il ricordo di ciò che aveva visto e fatto, si guardò nuovamente le mani. Erano mani estranee, bianchissime e fredde, dalle lunghe unghie violacee: sembravano le mani di un cadavere.
Cercò di urlare, ma dalla sua gola uscì solo un gemito roco, prima che l'incoscienza l'inghiottisse nuovamente.
I medici attribuirono il suo stato di prostrazione e turbamento allo shock dell'incidente, e la dimisero dopo pochi giorni dicendole che ritornare alla serenità dell'ambiente famigliare sarebbe stato la cura migliore per lei.
Naturalmente, si stavano sbagliando, ma nessuno avrebbe mai potuto, anche lontanamente, immaginare cosa le stava, in realtà accadendo.
Dopo il suo ritorno a casa, gli avvenimenti precipitarono.
Ogni notte si svegliava urlando, in preda agli incubi più spaventosi.
Si vedeva immersa in un bagno di sangue, il viso sconvolto da un rictus malvagio. E quell'odore che l'inebriava, mentre danzava follemente su cadaveri dilaniati, si cibava delle loro carni corrotte, e godeva, eccitata, alla vista dei loro arti contorti.Sognava morte, decomposizione e sangue. In una spirale crescente di orrore, incominciò a sognare di uccidere i suoi genitori, suo marito, i suoi figli. Si vedeva squartare i loro addomi e succhiare avidamente la loro linfa vitale. Oppure li sgozzava usando le sole unghie affilate come rasoi, e leccava e beveva le rosse stille che sgorgavano dalle loro gole aperte.
S'inebriava di piacere vedendo nei loro occhi il raccapriccio e il terrore gelarsi nella fissità della morte, quando l'ultima scintilla di vita scivolava via da loro, insieme con l'ultima goccia di sangue.
Si risvegliava da quegli incubi pazza di paura e di orrore, mentre le mani le artigliavano il volto.
Viveva temendo la notte e gli orrori ch'essa le portava. Incominciò ad assumere potenti sonniferi che, per qualche notte, le regalarono alcune ore di sopore comatoso e senza incubi.
Al risveglio si sentiva come ubriaca, drogata. Ma ciò era senz'altro preferibile all'abominio delle sue visioni notturne.
Ben presto, tuttavia, iniziò ad avere allucinazioni anche da sveglia.
Vedeva la sua casa imbrattata di sangue. Sangue sui muri, sui letti, sangue rosso sulle candide piastrelle della cucina.
Vedeva gli occhi morti dei suoi parenti che la fissavano accusatori dalle loro teste decapitate.
Si vedeva sventrare, massacrare, dilaniare, sbranare i loro corpi in un crescendo di frenesia. Le loro grida erano musica per le sue orecchie, mentre rideva selvaggiamente delle loro disperate implorazioni.
Non parlò mai con alcuno di queste fantasie cruente che la ossessionavano. Il suo già fragile equilibrio mentale si spezzò definitivamente. Si ripiegò su se stessa, rifiutandosi di uscire e di mangiare.
In poche settimane si ridusse a un'ombra, trasformandosi in un povero essere miserabile e smarrito.
I medici, consultati dai famigliari, parlarono ancora di shock traumatico, e consigliarono altri psicofarmaci, ancora più potenti. Ma la sua mente, ormai, era al di fuori della loro portata.
La fine giunse quando, svegliandosi dalla trance, si ritrovò al capezzale del marito dormiente, con un coltello da cucina in mano.
Capì che doveva farla finita, che doveva impedirsi di fare male ai suoi cari. Non c'era tempo da perdere, il buco nero della follia la stava già ingoiando. Doveva agire, ora e subito.
Attraversò rapidamente le stanze buie e silenziose, aprì una finestra e si lanciò nel vuoto, senza esitazione, né un grido.
Non aveva più dubbi né paura, perché lei doveva morire, perché lei voleva morire.
Ma non morì, anzi, non morii.
Sì, avete capito. Quella spregevole creatura, vile e tremebonda, quella larva umana indegna di vivere ero proprio io!
È strano, sapete, a volte mi dimentico di come ero prima del salto. Mi pare di essere nata solo allora, mentre il terreno mi correva incontro e io aspettavo indifferente l'impatto finale e la mia liberazione.
Durante la caduta i secondi si dilatarono, diventarono ore, giorni, vite intere.
Dicono che chi sta annegando vede scorrere tutta la sua vita in un istante. Successe anche a me: rivissi tutta la mia vita, minuto per minuto e capii tutti i miei errori. Nacqui altre mille volte e vissi altre mille vite, e da ognuna di esse imparai qualcosa, ognuna di esse lasciò in me un chiaro messaggio: "Vivi! Pienamente, intensamente, prepotentemente! Non lasciare che la tua vita ti scorra addosso, falla tua, gustala, divorala!
Quando giunsi a terra, indenne, ero una persona nuova, risorta a nuova vita.
Se anche vi spiegassi cosa io sia diventata, voi non potreste capire. Posso solo dirvi che IO SONO VIVA! Mentre voi, agnellini miei, siete tutti morti e non lo sapete.
Ora guardo il mondo con occhi assai diversi: gli occhi di un predatore notturno. Amo la notte perché le tenebre mettono a nudo la vera anima delle cose.
Di giorno, la luce del sole abbacina la vista e le cose sembrano ciò che non sono. Di notte, invece, il male è male, il bene è bene, senza finzioni, falsità o illusioni. Tutto è più reale, più vivo, più vero.
Le passioni sono violente, estreme. Mai fioche, mai languide. Di notte la vita e la morte s'incontrano, si toccano, s'intrecciano.
È mia la notte, quando volo sulle ali delle tiepide brezze profumate di pitosforo. È mia, quando cavalco i venti gagliardi che odorano di salmastro e di tempesta.
Mie sono le ombre fuggevoli che si addensano nei vicoli puzzolenti di pesce marcio, vino da pochi soldi e orina.
Questo è il mio regno, e io vi domino incontrastata. Più forte, più veloce, più spietata di ogni creatura vivente! Nulla e nessuno mi fanno paura, perché IO SONO LA PAURA.
IO SONO IL TERRORE CHE CAMMINA DI NOTTE.
IO SONO L'ANGOSCIA STRISCIANTE CHE OTTENEBRA LA MENTE. IO SONO LA SIGNORA DELLE TENEBRE!
Cercatemi là, dove pulsa il cuore violento e corrotto dell'angiporto. Là, dove l'amore è solo mercenario e dura meno di mezz'ora.
Là, dove la lenta risacca riversa sulla spiaggia il suo fetido tesoro: alghe, putridume e, a volte, cadaveri decomposti. Io ci sarò.
Cercatemi fra le puttane, i ruffiani, gli spacciatori, i ricettatori, i ladri, gli ubriaconi, gli assassini: la feccia dell'umanità.
Essi sono miei, tutti.
Ma non sono una padrona crudele. Non rubo le loro vite, le uso, le sfrutto. Essi sono il mio territorio di caccia, il mio pascolo, le mie prede.
Traggo da essi il mio nutrimento, senza ucciderli. Solo i primi tempi l'ho fatto, quando ero meno esperta e mi lasciavo travolgere dal bisogno di cibo e dall'avidità.
Ho cura del mio popolo della notte, io, Sovrana dell'oscurità, padrona della vita e della morte.
Talvolta, però, un ricordo mi fa allontanare dal dedalo maleodorante della città portuale. Allora io ritorno a loro.
Vado a cercarli nell'antica casa, e li spio mentre continuano a vivere senza di me. Sono così belli, i miei figli e mio marito! Li amo e li odio per la loro feroce bellezza che mi ferisce ancora.
Li guardo e li desidero. Mentre si muovono e respirano ignari, cresce in me la bramosia. Sono splendidi con quei corpi forti e scattanti, con quelle membra agili e snelle.
Li voglio e li avrò!
Accadrà presto, molto presto. Forse questa stessa notte.
Andrò da loro e li sorprenderò nel sonno. Li possederò senza svegliarli.
Cercherò le palpitanti vene violacee nei loro teneri colli bianchi.
Conoscerò il sapore caldo del loro sangue!
Saranno per la prima volta miei, totalmente, completamente miei.
Li renderò come me, essi parteciperanno della mia stessa eterna non vita.
Vedranno quale essere perfetto io sia ora,
e mi ameranno, sì, finalmente mi ameranno, per come sono diventata.
Perché ora sono forte, potente, sicura. Perché ora sono Lilith,
il Vampiro, ed essi saranno miei per sempre.