Con pazienza F. si mette a riparare la disfatta. Riconosce, fra i responsabili di questa disperazione, dei vecchi nemici, quelli eternamente in agguato lungo la fatica del vivere. Ecco la stolida, languida disperazione esistenziale; il forte, onnipresente vuoto dell’assenza della sua compagna; l’autocommiserazione dell’io destinato a morire; la rassegnazione che sbandiera i suoi diritti; la pesante sensazione del fallimento e del nulla. Con sorpresa trova anche una certa dose di stanchezza fisica ed una infiltrazione di tristezza nella sua solitudine, così libera e compiaciuta.
Gli strateghi del pensiero e della guerra insegnano a dividere i nemici per batterli poi separatamente, uno per uno. Affrontandoli uno alla volta con tutte le proprie risorse, si riesce a scardinarli anche da posizioni apparentemente imprendibili, che ne nutrono la sicumera. Si carica ferocemente per sconfiggere un proprio stato d’animo, si combatte contro una parte di se stessi: si affronta un gioco cattivo, si va per un annientamento crudele. É una battaglia per la sopravvivenza, con la ricerca di appigli che resistano alla corrente che trascina verso l’abbandono e incontro al nulla. È il vitale conflitto fra la volontà virile ed i malumori infantili, la cresta che divide la lotta dalla resa imbelle. Nei silenziosi campi del cuore duellano senza riguardi valori contraddittori. Una guerra civile lacera i figli di una stessa anima. Forse il conflitto fra la rassegnazione, che certe religioni hanno stabilito in molte plaghe del mondo, e il furore dell’azione, che altre fedi hanno installato in altre parti del pianeta, dimostra questa contraddizione umana. Pare non sia dato di sapere se questo malessere sia una incoerenza mostruosa oppure una semplicissima coesistenza di realtà e di paure; forse un’altra manifestazione dell’eterna lotta fra utopia ed evidenza, o fra bene e male, avvertita e riassunta fin dagli albori della coscienza, e semplificata fra gli spessori del dualismo manicheo.
Feroci antenati e gente coriacea gli hanno insegnato a reagire a queste
angosce. Si deve recidere con decisione la voglia di arrendersi. Si deve
ritrovare per istinto quei valori che si sono offuscati e sono latitanti.
L’affare si concentra su una rimozione decisa degli stati d’animo che tentano
di strangolare e che, se lasciati indisturbati, riescono a paralizzare.
Dicono che le disfatte si verificano perché la pigrizia e l’inazione
lasciano che le correnti della disperazione dilaghino; non perché
la disperazione abbia una sua indistruttibile essenza. Le capitolazioni
avvengono per mancanza di resistenza e per un abbandonarsi inerte ad un
certo languore di impotenza: la rovina abbisogna di un humus particolare,
di una volontà personale di essere vittima. Spesso, guardando le
folle, a F. è parso di guardare fiumane di vittime e non impetuosi
torrenti di energie.
Affronta per primo l’umor nero, la malinconia esistenziale, quel sentimento
di scontento, più degno di un bimbo imbronciato che di un adulto;
e tuttavia sentimento frequentato e scavato quanto pochi altri, una landa
fertile di compatimenti e di sospirosità; uno stato d’animo sprovvisto
di nerbo, inetto a reagire. Il languore delle malinconie è un laccio
pericoloso. È il convolvolo, che dapprima delicatamente avviluppa
uno stelo e poi lo soffoca con un abbraccio di spire progressive e mortali.
Queste arrendevolezze sono abbondanti nelle letterature sfinite dei crepuscolari.
Molti, sedotti dall’idea di eterno e condizionati dalla impudenza di essere
dotati di un’anima immortale, non sopportano la constatazione o il dubbio
di appartenere ad una realtà finita e transitoria. Il solo affacciarsi
sulla provvisorietà della propria vita, segnata dalle due terne
certezze, la nascita e la morte, per gli illusi diventa una sconfitta senza
onore; dubitare di condividere la transitorietà di quanto esiste
diventa un oltraggio inconcepibile alle utopie di esseri privilegiati.
Non essere degli immortali ma condividere la nascita e la morte comuni
a tutto quanto esiste, innesta in molti una disperazione incolmabile. Per
i figli di qualche dio di ardita fantasia è un’umiliazione bruciante
partecipare al continuo rinnovarsi del mondo.
Una volta suo bisnonno, impelagatosi in uno scontro con un bigotto,
aveva troncato il discorso affermando di essere felice di lavorare come
il mare ed il vento e di morire, come tocca anche alle montagne. Dritto
ed in piedi, aveva proseguito affermando che non sentiva proprio la necessità
di illudersi con fole come il premio delle vite eterne e dei paradisi.
Il bisnonno non aveva usato l’espressione fole, ma una parola più
tagliente, più efficace, anche se più volgare: ed era uscito
nel vento sbattendo la porta, infischiandosene dell’espressione scandalizzata
del bigotto allampanato, del lustro prelato e delle beghine, che, forti
delle loro verità rivelate, partecipavano belando alla discussione.
Fuori il bisnonno aveva detto: "Ricordati che morirai. Ma durante la vita
che ti spetta puoi decidere se essere un burattino o un uomo." Lo guardava
dritto negli occhi e gli serrava la mano. Poi avevano guardato l’oceano
che ricamava ventagli sulle falesie. Era forte, era immortale ed infinito,
l’oceano; come era lui, vicino al bisnonno, con l’eternità dell’infanzia
che gli scorreva nel sangue.
Molla gli ormeggi di poppa e sfila le sue fiancate. Si allontana e imposta l’autopilota che lo governi fuori dalla baia. Manda a riva la grande vela, poi dispiega anche il genoa. Ormai lontano dalle rive, regola nuovamente il pilota finché la prua si orienta verso le colline del continente; mette le due vele a segno, che lavorino in armonia con il vento. La barca naviga dentro l’aria luminosa del Mediterraneo; avvolta nello sciabordio, altalenando su onde pigre, scivola briosa sul mare. Occorrono alcune ore di navigazione per passare i capi che chiudono la grande baia; e poi ancora qualche ora per attraccare e sbarcare. Il pilota lavora per lui, il vento spira senza strappi: è un soffio metodico e potente. Sorto a maestrale durante l’alba del giorno prima, il vento ha volato sulle correnti marine per tutta la notte e la mattina, ed ora continua costante nella sua rotta. Per un breve tratto lo accompagna, gli gonfia le vele, lo porta con se, poi continua il suo corso verso sud, per incontrare i deserti africani e scaldarsi e rivolare verso l’alto e tornare a nord, dove ricomincerà la sua vita e il suo viaggio. F. impigrisce, ascoltando il frusciare dello scafo; il suo corpo dondola sul beccheggio blando ed egli guarda le bande di scia. La luce abbaglia, scintilla eccitata sul dorso del mare, luccica sui metalli, sprizza dalle vernici. Vede lontani i capi che chiudono la baia e le torri bianche dei fari, i dorsali delle colline sfumati di azzurro, le selve come macchie scure. Gli viene desiderio, sotto questo bacinio di sole, sotto il cielo bruciante, delle ombre fresche di quei boschi che si indovinano nella foschia, degli odori di muschio e di terra, che gli alberi fitti accumulano sotto i fogliami fastosi dell’estate.
Quelli che navigano da soli ammassano dosi progressive di stanchezza
e quindi si rilassano quando possono, magari in ore inconsuete, o nei posti
più insoliti, persino in posizioni precarie. Questa quieta navigazione
gli offre un momento di riposo. È facile scivolare in parentesi
di straniamento, farsi inserire in bolle di dormiveglia, dove i pensieri
scorrono svincolati, fluidi e liberi, in cadute incatenate da strane logiche,
o incanalati per sentieri che essi solo conoscono. Ecco, per esempio, che
assumono il punto di vista di un marinaio di cento o mille anni fa, che
guarda da questo punto di mare il profilo della costa, ora uguale ad allora;
di certo sul pagliolo ha un’anfora, o una borraccia di coccio, o una zucca
vuota o un piccolo otre, colmi d’acqua dolce, alla cintura. I marinai della
Siria, che gli storici chiamano Fenici, si vedono dipinti così negli
affreschi fatti quattromila anni fa nelle ombre delle piramidi. Se per
chi naviga l’acqua è preziosa, è altrettanto importante per
chi sta con i piedi sulla solida terra. Tutte le sorgenti hanno la loro
ninfa che da agli uomini i benefici dell’acqua fresca e della vegetazione
che la ombreggia. Oggi apri un rubinetto ed ecco che scroscia a volontà;
è difficile comprendere il rispetto e la riconoscenza con cui, chi
ci ha preceduto, circondava ogni polla ed ogni zampillo. Fare provvista
d’acqua, cento o duemila anni fa, non è semplice; pochi gli approdi
franchi ed i porti che ne hanno; accostarsi ai fiumi è rischioso,
per una secolare malfidenza della gente di terra verso i marinai, che è
da sempre un popolo a parte, che vive secondo proprie regole, differenti
dalle consuetudini dei terragni; fra gli stanziali ed i nomadi esiste una
diffidenza millenaria ...e poi sui fiumi si attestano sempre delle città
e l’acqua può portare malattie...
Chi è Ippalo, se mai è esistito.... Secondo fonti ellenistiche
e latine egli scopre le rotte dirette per l’India; ma quelle rotte sono
già conosciute dai popoli che navigano sulle grandi distese marine;
le loro navi traversano l’oceano per arrivare all’India, con un vantaggio
di mesi sulle navi siriane ed elleniche che costeggiano invece di traversare
... e, quando gli occidentali arrivano ai porti indiani, le merci migliori
sono state accaparrate ... In quale taverna, quale nocchiero barbaro gli
insegna la stagionalità dei monsoni e come sfruttare quelle forze
che premono costanti sulle vele? Oppure ha messo insieme una osservazione
ed una notizia, concludendo, da conterraneo dei sofisti, che i poderosi
venti oceanici rispettano certi periodi dell’anno, come il meltemi del
suo Egeo? Oppure imbarca sulla nera nave qualche nocchiero che ha già
sperimentato quelle lunghe rotte d’altura? ... I monsoni, i venti di Ippalo
...
In nome di quale principio la vecchia guardia accetta il massacro a
Waterloo? ... e quali principi ha la presunzione di giustificare la morte
volontaria? ... Quale strana strategia seguono certi principi per elevarsi
tanto da annientare persino l’istinto di conservazione? ....
A quale legione appartengono quei veterani che si battono sotto le
insegne di seta di un principe cinese contro il fratello, erede legittimo,
rinnovando, senza una cronaca di scrittore, le gesta dei diecimila opliti
dell’Anabasis? Le cronache alquanto scarne di quella che i Romani chiamavano
"Sinae metropolis" parlano di una strana tecnica di combattimento, mai
vista in oriente. Quegli strani soldati, chiamati barbari dai Cinesi, avanzano
scudo contro scudo, nella tipica formazione a testudo dei veterani. La
tecnica della testudo si impara con un lungo addestramento e necessita
di una provata esperienza; è istintivo, infatti, battersi individualmente,
offendendo e difendendosi con il proprio armamento; ma la lunga disciplina
delle migliori legioni dell’impero cementa i veterani, li abitua a fidarsi
della professionalità combattiva del commilite, che fermamente gli
difende il fianco ... Sarà un coorte dispersa durante le campagne
contro i Parsi, forse una scheggia perduta della legione Ferrata o della
Capitolina, prima fatte confluire e poi rese stanziali nella parte orientale
e nevralgica dell’impero ....
Mano a mano che i giorni passano, pare che diminuisca la vigilanza sui meccanismi della crociera. Il calo dell’attenzione si compensa con l’acquisizione di piccole esperienze, col sorgere di tanti piccoli sensori che attenuano la continuità del controllo. Ma si accumula anche la stanchezza, e quella si addensa impalpabile come una polvere, ora dopo ora. La rinuncia al quotidiano ed a certe sue comodità, che la crociera comporta, ed il vivere negli spazi, che in una barca sono ristretti, diventa sempre più ostico. F. si sorprende a desiderare il colore dell’ombra, le fronde spesse ed impenetrabili degli alberi alti, il refrigerio del verde, l’attenuazione delle luminosità accecanti. E una poltrona comoda, soffice sotto il corpo, ferma sul pavimento... sono dure e mobili e scottano le panche della barca... Pensare ad una tavola già imbandita o ad un pranzo già pronto, acuiscono il disagio della preparazione del ventesimo o trentesimo pasto in barca. E che altri provveda alle pulizie dei locali, a riordinare gli ambienti ed il letto, diventa una aspirazione non piccola, quando si è assorbiti dalla vessante necessità di controllare il motore e levele e la rotta e la cambusa e e i meccanismi e le luci e il barometro e la radio e ...
Sorride all’idea che gli si affaccia ogni tanto, un’idea di cui assapora sempre più la prossimità; l’attesa della sua realizzazione diventa un pensiero frequentato con sempre maggiore desiderio, anche se non con impazienza, man mano che le fatiche della navigazione si accumulano. Egli pregusta il ritorno nella sua vecchia casa, dove si sdraia nel fresco del pergolato fitto; è immerso nell’ombra smeraldina dei fogliami opulenti dell’estate, mentre il solleone impazza e un brusio sommesso di cicale ubriache ronza lontano. Il dondolo oscilla piano e cigola appena, la birra è fresca. Il pranzo è stato buono, il vino eccellente. Sul dondolo comodo sorride in una sonnolenza leggera, oziosamente sospeso fra la possibilità di trasformare il suo torpore in un solido sonno pomeridiano, ed allora si allargherà sul grande letto della stanza fresca, o assaporare un quieto dormiveglia qui, sotto la pergola verde, sdraiato sui cuscini del dondolo, che oscillerà sempre più piano. Certo, la privazione mostra quante piccole felicità riescono a contenere molte bistrattate comodità borghesi; ora, sul finire della crociera, F. prova ben poco rammarico al prossimo finire di questa sua altra navigazione.
Eppure ... Se ora fosse sotto quella sua pergola, a mille miglia da questo mare, gli piacerebbe essere qui, a navigare; ed ora, che sta navigando, desidera essere sotto la pergola. Emozioni e desideri rappresentano delle astrusità logiche, dei postulati irrazionali; ogni desiderio, ogni piccola voglia, infatti, pare contenere una propria contraddizione. Assorta, guardando quasi dentro di se, lo sguardo nel nulla, una specialista del pensiero occidentale considerava: "Il presente? Non soddisfa; il futuro non ci appartiene; il passato suscita rimpianti. Ma, allora, quando viviamo noi occidentali?"
I promontori della grande baia, che proteggono un mare interno e le sue città antiche, poco per volta chiudono la barca dentro al loro abbraccio. F. osserva le coste intorno, le colline verdi e le macchie di case; le nubi soffici sospese sulle terre; alcune ciminiere lontane con i fumi arcuati dal vento. Dentro la baia l’azzurro del mare sbiadisce, diventa lattiginoso, come se il fondale conservasse i fanghi di piene remote o le ceneri di eruzioni primeve. Ammaina le vele e governa verso i moli di un marina, rossastri fra le geometrie dei cementi. Poche manovre nel bacino e la sua poppa va a sfiorare una banchina di legno imbiancato dal solleone. Da una tubatura sprizzano ventagli iridescenti d’acqua; sorprendenti scintilli freschi, invitanti sotto il cielo arroventato, dentro l’aria torrida. E poco dopo l’acqua scorre prima bollente e poi tiepida sulle membra accaldate, sui capelli secchi; l’acqua poi sgorga fresca sul corpo e ne asporta sudore e fatica, lasciando refrigerio e benessere. Sulle assi incenerite della banchina restano per poco i segni del lavacro; quando, dopo due minuti, F. sbarca per una visita alla città, il legno ha già evaporato e gli scrosci della doccia finiscono di fumigare sotto la vampa del sole.
F. si inoltra per strade abbandonate, fiancheggiate da edifici sventrati;
finestre beanti guardano cieche sopra giardini incolti; attraverso le brecce
sui muri si affacciano intonaci e disegni parietali slavati dalle intemperie,
mobili rotti, vetri infranti, polveri, erbastri tenaci e calcinacci. Un
silenzio, un’angoscia sottile sono diffusi sopra le macerie. Un terremoto
ha desertificato la città. In questo abbandono è arduo immaginare
che la vita, la frenesia, il movimento, il traffico, le voci, le persone,
hanno abitato e vissuto fra questi ruderi, che mostrano macerie e levano
monconi nella luce impietosa di un sole noncurante. Qui vedi la resa che
staziona, il naufragio della speranza, i progetti che si isteriliscono.
Tocchi con mano che la certezza del domani è un avvenimento del
caso, che le possibilità non si concretano sempre, che quello che
dai per scontato è soltanto un’ipotesi.
Il selciato, che F. sente solido sotto i piedi, suggerisce lontani
brontolii annidati nella profondità della terra, i boati dei sismi,
l’instabilità dell’esistenza. Poco prima, dai fondali fangosi della
banchina, ha visto emergere bolle d’aria che si dissolvevano spandendo
intorno un odore di zolfo. La vita in questi luoghi, che si appoggiano
sopra un labile diaframma di terra sospesa sopra i magma fluidi, è
frequentata e partecipata dall’uomo da quattromila anni; per tutti questi
millenni sono convissuti il fascino dei luoghi ed il sapore della precarietà.
Un autobus, indeciso fra il primato se essere più sgangherato o più rumoroso, lo trasporta sino al limitare del bosco. Per un sentiero polveroso si addentra fra le ombre verdi, sotto un fogliame denso che nasconde il cielo e la luce del sole. Mentre avanza l’odore di sottobosco si attenua, sostituito da un odore più acre, più penetrante. Gli alberi diradano, il verde sbiadisce, il terreno inaridisce, le erbe appassiscono. Folgorato dal sole, un deserto color ocra e giallo compare fra i tronchi degli ultimi alberi, oltre gli arbusti rinsecchiti. Fumi sulfurei si torcono al cielo in arie mefitiche. Un territorio arcano si apre sullo spiazzo desolato e sul suolo scarnificato; il terreno, di consistenza quasi spugnosa, cedevole e infido, scotta sotto i piedi; dai passi esalano lievi sbuffi di zolfo.
F. si inoltra nel cratere. Cerca di immaginare un Elleno, o un cittadino dell’impero, o un barbaro calato dalle foreste del nord, popoli ormai ignoti, scomparsi nel vento del tempo; fatti di persone, tuttavia. Ciascuno di loro si inoltra titubante nell’orrido, stordito dal contrasto fra i boschi colmi di ombre e di silenzi e la plaga sulfurea che sta calpestando; la rarità del fenomeno delle viscere del pianeta, che si dilatano sino a lambire i suoi calzari, lo disorienta; l’unicità del luogo alimenta vaghi tremori nell’animo; ci sono qui arcani che annientano i valori consueti del visitatore; egli intende che qui qualcosa di non umano vive per suo conto, e questo qualcosa misura per ere e non per giorni: un fenomeno che non si lascia manipolare; una manifestazione più rara del mistero del vento e della pioggia e del tuono. Anche il visitatore che vive alle soglie del terzo millennio, che sa di vulcani e delle correlazioni, uscendo dalle ombre e dai silenzi di un bosco inerte, inoltrandosi nella plaga di terra verdastra, camminando sopra un ribollire inquieto, anche questo visitatore si sente stordito; straniero e intruso sopra il frammento di magma solido che sta sopportando i suoi passi e tollera indifferente la sua presenza. I sentimenti di estraneità, di separazione, di inspiegabilità, hanno originato sensi di reverenziale, timore per l’incomprensibile ed il non umanamente manipolabile, che è sfociato nel sacro. Ma anche nella società ad alta tecnologia vivono persone nelle quali la cosa inconsueta, che sfugge al quotidiano ed alla immediata catalogazione, istilla un piccolo stupore.
Vapori roventi turbinano intorno agli ingressi fluidi di grotte sulfuree,
ne confondono le ombre, ne riempiono le cavità, ne velano gli interni.
Quasi nessun mortale ha violato quei meandri, gli antri, le tortuosità
dei cunicoli, le caverne misteriose. Rari uomini hanno ottenuto, da dei
simili all’uomo, il privilegio di traversare gli spazi avvelenati, per
una sospensione dei fumi mortali che sbarrano il mondo dove vivono le inconsistenti
esistenze dei non più vivi, e di varcarne le soglie dorate di zolfo.
Oltre le barriere fumiganti, quei rari eroi sono ammessi a vedere le ombre
penose degli affetti scomparsi e a parlare con chi fu vivo. E poi tornano
nel mondo dove il sole splende. Orfeo, Odisseo, Enea... e forse nessun
altro, oltrepassano gli usci e sconfinano dove i vivi non sono ammessi.
Gli uomini-eroi della mitologia sono numericamente rari, sostituiti
da innumerevoli santi e santoni di nuove fiabe religiose. Viene da pensare
che, nello scorrere dei secoli, la soglia del merito e la misura della
grandezza si siano drasticamente abbassate per far posto ad un consumismo
plebeo che esige un santo per ogni occasione. Forse è per la rarità
che i nomi arcaici sono robusti e capaci di emanare le seduzioni che il
mito scaturisce; per questo essere delle persone normali e mortali coinvolgono
molto più dei nomi di una manciata di santoni, di recente ufficializzazione,
scaturiti da una mal imitata filosofia. Una congerie di nomi di fresca
nomina non rimescolano tanta emozione quanto un nome solo del paganesimo.
I miti che le neoreligioni tentano di suggerire, mal scopiazzando quelli
di più antica data, hanno pochezza di coinvolgimento e la presuntuosa
arroganza della miseria e della volgarità. Come se i nuovi miti
siano poveri e non rappresentino un progresso etico o morale rispetto a
quelli che tentano di sostituire. Accontentare le masse con illusioni ultraterrene
è una faciloneria volgare, nefasta ed amorale perché illude
le genti e toglie le poche certezze come la nascita e la morte, la trasformazione,
il cambiamento; certezze comuni a tutte le cose del mondo. É molto
più etico ottenere la partecipazione alla dignità del vivere
e del morire, come succedeva con il vecchio mito, che ottenere la partecipazione
di un gregge sedotto da promesse di eternità e di immortalità.
I nuovi miti sono certamente suggestivi ed appaganti, ma sanno di ignoranza
arrogante e di ebetaggine pacchiana. "Non è ateo chi non crede ai
miti ufficiali, ma chi crede che i miti ufficiali siano espressione del
divino." affermava oltre due millenni fa un filosofo demonizzato dalla
religione ufficiale, tanto da essere bandito dalla conoscenza per duemila
anni e reso sinonimo di pochezza e di squallore. E forse il bisnonno di
F., che si permetteva di pensare con la propria testa, gli era molto vicino.
Anche se non lo aveva mai letto.
I padri, i nonni, gli avi ... Si prova una certa supponenza nei riguardi
di chi ci ha preceduto. Tale supponenza è dettata da una superficialità
di confronti tecnologici e scientifici; ma risulta analisi di basso profilo
ed è una congerie di elementi che nessun tribunale serio oserebbe
ammettere neppure come indizio. Si generalizza, ad esempio, su credulonerie
e superstizioni che avrebbero avuto molta più presa collettiva nel
passato che nella nostra epoca. Ma ci si dimentica quanta creduloneria
compone le fedi o i comportamenti odierni. Le "magnifiche sorti e progressive"
pare il vizio d’origine di tanta presunzione, che da per acquisito che
il mondo abbia conosciuto sempre e solo una fase di progresso, un accumulo
costante di conoscenze, senza mai perderne una. Ma esistono memorie della
sfericità della terra prima del secolo di Tico Brahe e di Galilei,
di rotte e di viaggi, conosciuti e praticati per secoli e poi dimenticati
per millenni, di realizzazioni attuate ed ancora proporzionalmente non
possibili, di concretizzazioni non ancora imitabili.
Eppure certa supponenza è dura a morire. Molti sono infatti
convinti che gli uomini moderni sono più colti e più preparati
dei loro padri e dei loro nonni; si presuppone che, in fondo, gli uomini
che hanno preceduto siano stati quasi avvolti da una nube di ignoranza.
Eppure avevano intuizioni del cuore, limpidezze di razionale, diffusione
di conoscenze, che neppure l’orgoglioso ventesimo secolo ha superato, ed
a cui il ventesimo secolo deve ancora molto. "Oggi siamo più superstiziosi
dei nostri avi. Nonostante spiegazioni e scoperte scientifiche, per vincere
le nostre paure ci sforziamo di credere alle varie favole dell’immortalità
e della redenzione; e vi crediamo con molta più disperazione di
quanto i pagani credessero a Giove o Nettuno. Essi sono giustificabili,
non noi." afferma un sociologo. A differenza del passato, aggiunge, oggi
si è avvolti da una specie di barbarico furore; una intolleranza
massimalista ed un integralismo ottuso, una volta sconosciuti, viaggiano
per il mondo. Una parte del secondo millennio si comporta come uno di quegli
eredi deplorevoli che non si cura di apprendere qualcosa dall’eroismo di
chi lo ha preceduto e dilapida stoltamente fortune immeritate. Un’altra
parte resta impigliata in un eccesso di rimpianti e di ammirazione per
il passato, diventandone una succuba emanazione. E una parte, la maggiore,
non si pone neppure il problema.
"Quo veni, ibo", diceva duemila anni fa Seneca, nella sinteticità
del suo tardo latino. Ripartirò dal mio punto di arrivo. Che è,
in fondo, un canone di umiltà ed un indice, eterno, di intelligenza.
Che è raro trovare nelle masse che si affacciano sul terzo millennio.
La strada, che dal luogo degli inferi ritorna verso il mare, sfiora villette pretenziose e case fatiscenti, aggrumate insieme da un pianificatore ubriaco. La strada sfocia su uno spazio che si mantiene in qualche modo fuori dal tempo, sdegnoso della congerie di piccoli egoismi e di meschini interessi, quasi presuntuoso di ospitare la solenne severità di un anfiteatro. Un imperatore successivo ai Giulio-claudii lo riedifica, nelle sue attuali vestigia, dopo uno dei tanti terremoti che colpiscono questa terra. Dai bordi della ellisse dell’arena, da un terreno incerto di mille frammenti, si levano, in geometria perfetta, le file delle scale e delle gradinate. La luce sbrigliata del sole disegna le fughe delle ellissoidi, le ombre degli archi, le simmetrie della costruzione, la precisione degli equilibri. Il disegno del teatro, la accurata realizzazione, la scansione esatta degli spazi, suggeriscono coscienza e misura. La serenità che passeggia severa fra le vestigia è l’ombra del sogno di Roma, l’ordo orbis. Scorrono composti il tempo e la luce ed il vento sopra l’anfiteatro. E ti sembra che le legioni stazionino ancora sui limites, a testimoniare la forza dell’ideale, a presidiarne la continuità, a contenere il caos.
Dura per qualche secolo il sogno di Roma, fino a trasformarsi da possibilità
a coscienza e da coscienza a realtà. Ma negli stessi tempi in cui
la coscienza del sogno si precisa, e si realizza, dentro l’impero crescono
la piccineria dei funzionari, l’arroganza dei piccoli potenti, la pigrizia
delle plebi, l’egoismo della salvazione personale. E, frattanto, sui confini
dell’impero, premono orde sterminate; non s’è mai visto da un millennio
un simile ribollire di decine di popoli rimessi in movimento, che si preparano
a riversarsi in migrazioni inarrestabili. Sospinti in una fuga selvaggia
da invasori che non danno scampo, falciati da guerre, aggrediti dalla fame,
forti di disperazione e immensi di numero, scarsi di valori, poveri di
civiltà, i barbari e la barbarie si addensano sulla realizzazione
del sogno di Roma.
Dello scontro fra l’ordo orbis dell’impero e la barbarie che cala dal
nordoriente si conoscono gli esiti. Dello scontro che comincerà
fra l’occidente opulento e momentaneamente forte ed i nuovi barbari, momentaneamente
trattenuti su confini di indigenza e di sopravvivenza, la storia si sta
scrivendo ... Diversamente dal passato, dove la caduta di un impero non
ha impedito che altri imperi ed isole di civiltà continuassero ad
esistere e ad irradiare, il futuro scontro nel villaggio mondo potrebbe
essere catastrofico. E non vale consolarsi che esistono precedenti, nel
tempo dell’uomo, che hanno permesso di negoziare, senza demolire quanto
si è realizzato, poiché esistono anche precedenti, purtroppo
più numerosi, di feroce devastazione di civiltà insostituibili.
Quasi che, nei tempi dei confronti e delle soluzioni, spirasse più
frequente un’aria ottusa e bieca ed una inettitudine, forse congenita,
a scegliere alternative differenti dalla isteria della distruzione. Si
vede un addensarsi di furie integraliste, incapaci di trattativa, dimentiche
di ogni umanità. Forse l’intelligenza antica, che sapeva dire nihil
humanum alienum a me puto, non vuole suggerire e proporre più niente
a chi abita nell’era che si reputa di tecnologia avanzata, e che pare,
a volte, molto arretrata in valori di lungo respiro.
Rimugina sulle piccole nozioni di storia che gli pare di avere. Sa che le persone muoiono ed anche gli imperi, che muoiono montagne e mari, che pure hanno durata illimitata rispetto alla vita dell’uomo ed alle sue realizzazioni. Pensa che l’universo si trasformi in continuazione, verso un compimento o verso un caos o verso l’entropia, non si sa. Gli pare che nella breve storia dell’uomo si affaccino anni di saggezza e di valori grandiosi, e che vi siano anche intervalli di decadenza, che, generalmente, sono molto più lunghi e duraturi dei periodi di splendore .... come se demoni invidiosi lasciassero intravedere le ombre di una possibilità di quieto sviluppo e poi strappassero crudelmente, anche dalla sola contemplazione. Quale lezione vogliano dare, non si sa. Alla persona resta forse la scelta fra uno stato di rassegnazione e uno di consapevolezza. La rassegnazione appare sentimento tetro e senza virilità. La consapevolezza, anche se sembra un boccone amaro, avvicina alla serenità degli dei.
Con questi pensieri, attento ad evitare un traffico febbricitante, F.
si avvia per strade strette, fiancheggiate da muri di tufo, antichi quanto
la storia. Cerca un ristorante dove, tanti anni prima, cenava con la sua
compagna. Lei, che si fermava davanti ad un tramonto, che si commuoveva
quando accanto alla barca apparivano decine di delfini a giocare a prua
e lungo le fiancate, che si abbracciava con tenerezza struggente....
Saprà di vuoto e di amaro, la cena, di questa sera. Questa sera,
che conclude una giornata nata male.
"Sii affezionato a tutte le cose belle e tenere che ti circondano.
Ma non legartici troppo perché non sono dentro di te, ma fuori di
te e quindi non ti appartengono. Un giorno potresti esserne privato." sussurra
Marco Aurelio.