Lei, che portava la neve
 

Succedeva sempre così: ogni volta che la incontrava si metteva a nevicare. Anche quella notte fu la stessa cosa: gli apparve all’improvviso, mentre stava fuori a guardare le stelle e, dopo il suo dolce “Ciao!”, la neve cominciò a turbinare intorno ai loro volti sorridenti. Oh, mio Dio, quanto tempo era passato dall’ultimo loro incontro? Un anno? Due? Sentì un nodo di gioia salirgli alla gola e rimase come paralizzato. “Ciao, sei tornata...” riuscì a dirle. Stette in silenzio a guardarla senza nessuna difesa, senza nessuna delle tante maschere che aveva adoperato da quando si erano conosciuti.
“Sì, sono tornata”.
“Dove sei stata tutto questo tempo?”, le domandò. Lei sorrise e lo guardò mentre un fiocco di neve decideva di sciogliersi su una delle sue lunghe ciglia.
“Molto lavoro”, gli rispose e poi aggiunse: “Come stai? Sei arrabbiato con me?”
Presto gli alberi del bosco tutt’intorno furono bianchi e così il prato che fino a poco prima era illuminato dalla luna, i pali dello steccato, le auto parcheggiate nella piazzola. “Sto bene. Dovrò montare le catene...” disse e lei rise senza far rumore.
Allora la prese per mano e levitarono sopra il tetto della baita. Se solo qualcuno fosse uscito e avesse alzato gli occhi, avrebbe visto due figure stagliarsi in cielo contro il latteo candore della notte, sopra il nero e lungo comignolo della casa. “No, non sono arrabbiato. Perché dovrei esserlo?” disse lui. “Mi pensi ancora?” gli sussurrò e lui: “Sicuro, sempre!”.
Milioni di farfalle bianche frullavano volteggiando intorno ai loro occhi, freneticamente. “Voliamo?” fece lei. Mano nella mano s'alzarono ancora e la piccola casa illuminata diventò un dado nel bosco, la radura un fazzoletto bianco, la foresta un prato scuro.
“Non mi hai dimenticata?” domandò lei, superando con la voce il rumore dell’aria che mulinava. “No. Non potrei, anche se lo volessi!” gli gridò di rimando. Veleggiarono ancora per un po’ fendendo la tormenta, poi discesero e si posarono come fiocchi di neve, alla biforcazione di un sentiero che tagliava la costa della montagna in mezzo ad alti pini anch'essi carichi di neve. Quando lui sentì saldi i piedi sul terreno, si guardò intorno: “Perché sfuggi sempre in quel modo e poi all’improvviso ricompari?”. Lei piegò leggermente il viso sorridendo. Ora la neve scendeva a larghe falde, lentamente, senza vento, e accarezzava i suoi capelli biondi.
“Non ti piace?”, gli sussurrò fissandolo. Lui si stava perdendo nel lucore di quegli occhi di muschio e non rispose. Passò un momento che fu lungo come un anno, poi sentì la sua stessa voce domandarle:
“Ma tu chi sei?”. Lei lo guardò un secolo: “Non mi conosci più?”, mormorò infine con una vena di tristezza. D’improvviso la luna forzò il blocco delle nubi e per un momento riuscì a penetrare fino a loro con una lama, amica e luminosa.
Lei alzò gli occhi e lui seguì il suo sguardo: “La luna!” disse.
“Già, la luna. Ci sei mai stato?”
“Una volta, tanti anni fa”, mentì lui. Un ramo si liberò del peso con un tonfo e una nuvola bianca passò lieve tra loro.
“Perché non lasci impronte sulla neve?”. Lei guardò ai suoi piedi e parve accorgersene solo in quel momento. Provò a imprimere la sua orma sul terreno, ma non ci fu verso. Si strinse nelle spalle e gli disse:
“Odio rovinare la neve. Devo andare, adesso.”
Guardò in alto, tra le cime degli alberi.
“Mi lasci qui?” esclamò,  “E come ci torno laggiù?”.
Capì subito che il tentativo di impietosirla era patetico.
“Non lasciarmi!”, mormorò. Lei gli sorrise a lungo con affetto e comprensione, poi scomparve nell’attimo di un bacio.
Non nevicava più.
 

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