Lilia
Nuvole
La
stanza bianca
In
Domo Ambrosiana
(biografia
temporanea di Davide Cavagnero)
Lilia
La nonna Lilia quando non voleva che fossi pigro mi raccontava sempre cosa
successe alla ragazza che non si sveglió in tempo.
Sai cos'é ? Non l'avevo mai capita. Ma, prima, ve la racconteró,
se la mia memoria di sessantenne mi sosterrá. E poi...
Si sveglió troppo tardi.
La camera in cui aveva dormito era divenuta fredda pietra.
L'aria della morte e della muffa avevano cacciato la luce ed il
piccolo ucellino che la salutava sempre la mattina era muto, chiuso chissadove.
Si sforzó di camminare.
Le pareti erano appena accennate, i segni dei picconi erano muto
moníto. Le vite che si sciolsero al sole per la costruzione del
labirinto gridavano in ogni angolo ed ogni piccola crepa fuggiva verso
la libertá. Via, lontano da qui, lontano dalla memoria.
Il tempo non era lí, il muto scrivano della vita aveva abbandonato,
alienato questo posto eternamente buio. La ragazza si sforzó di
camminare Nel buio assoluto, passo dopo passo, pede dopo piede. Camminó.
Si fermó e riprese. Vagava senza meta. Il caldo comnciava
a scivolare sui corridoi imperlando vestiti e muffa. Giunse ad una luce,
finalmente. Poi ad uno specchio.
Guardó dentro. Sembrava normale.
Era ancora con la tunica del giorno prima, era sempre lei, una piccola
donna spaventata e persa. Buffo, non si sentiva a disagio, non ce n'era
motivo. Gli altri la fuggivano e lei non faceva altro che accentuare la
ferita tra la sua vita e l'umanitá. Cosí al sole, cosí
nella pece del labirinto: sola.
Ne incontró molti altri di specchi.
Vagó per mille anni, senza dire nulla.
Senza fermarsi, lei, nel suo antro enorme dell'olocausto di vite.
Aveva fatto la domanda. Aveva letto il libro, si era piegata in
sé stessa e questa era la strada per la risposta. Non aveva scelta.
Non vide nessuno, divenne cieca.
Non parló con nessuno, divenne muta.
Persino il lento gocciolare dell'oceano la lasció.
Divenne sorda.
Aveva cervello e polmoni per camminare. E muscoli. Basta, non c'era
bisogno di nient'altro.
Era cosí stanca che si fermó.
Capii di aver tragicamente sbagliato. Di aver allontanato il premio,
cone il bimbo allontana la barchetta nella fontana.
Altri secoli, altre privazioni.
Alla fine aveva solo gambe e cervello.
Quando li perse, finalmente morí.
Provò a piangere, non aveva piú occhi, non sapeva
piú cosa fosse la lacrima.
Ogni liquido s'era asciugato come i segni nella muffa che si lasciava
dietro da tempo immemore. Non aveva finito il labrinto, s'era sempre trascinata
in sezioni diverse.
Poi, capíi. Tutto, sapete, tutto, quando mi domandai il perché
delle cose.
Quando toccai il mio corpo e l'aria, quando pensai agli angeli.
Ce li immaginiamo eterni ed ineffabili come i fantasmi. Ci immaginiamo
un paradiso tra le nuvole luminoso e leggero. Ma se fossimo noi ad essere
transcorporei?
Ma se non fossero gli angeli a non aver corpo e passare attraverso
i muri ? Cioé se fossimo noi cosí privi di sostanza -e cosí
le cose che ci circondano- da passare attraverso ai fantasmi, agli angeli
ed al Paradiso, sostanze pesanti e grevi?
Perdonatemi, non posso piú scrivere. Posso solo piú...
Nuvole
Era venuto di nuovo, quel giovane della valle accanto.
Ma che cosa verrà a fare? In fondo, questa valle non ha niente
in più della sua, mah.
Parole come queste affolavano la sala d' aspetto della cervello del
contadino della cascina rossa.
Quella sala in cui, cioè, s'affollano tutte le cose che pensiamo
e che vorremmo immediatamente dire. Da un pò di tempo nel contadino,
ed in noi tutti, sono poche quelle che varcano la porta mera intellegibilità,
sono poche quelle che possono spiccare il volo dalla bocca e volare nel
vento della discussione.
Non l'abbiamo mica voluta questa anticamera: è un condizionamento.
Se la società fosse meno complicata, potremmo dirci tutto in
faccia, così come solo i bambini possono, ancora, fare, prima
che nella loro mente si instaurino i muratori per costruire l'artificio
mentale. Prima che siano, cioè, soppraffatti dal mondo e dalla sua
falsità.
Prima che sia troppo tardi.
Quelle parole non varcarono mai la porta, ed il contadino non seppe
mai perchè il giovane veniva, si sedeva a metà del declivio
soleggiato, proprio di fronte alla cascina di calce rossa, e passava l'intero
pomeriggio sdraiato con gli occhi moblissimi a guardar il cielo.
Il cielo, non solo il confettone azzurro dei disegni dei bambini, non
solo il burbero baffo di vernice dei pittori, il Cielo.
Non potrete sentire canzoni meglio cantate che quelle dal cielo. La
canzone lunga tutto il giorno o corta come il refolo che ci rinfresca nelle
sere d'estate, ha una caratteristica: rotola con le nuvole.
No, anzi, sono le nuvole stesse ad essere la canzone, a narrare
le storie di amori perduti, di patrie lontane, di ragazzi strappati alla
vita e infamie regalate dalla morte.
Nella nuvole puoi leggere di tutto: puoi sapere quello che succede
nel mondo come puoi parlare con l'oro che si scrosta dal soffitto del sole.
Puoi vedere il futuro ed aspettare la visita dei mille te stesso, mille
figli di mille tempi diversi. Tempi diversi anche solo per la mosca che
hai schiacciato ieri, o per il posto in cui hai lasciato il giornale stamattina,
o per quello scheletro d'uva che, dieci anni fa, hai gettato del traghetto
nel mare.
Non c'è mediazione in questa musica.
Se la bevono gli occhi e cade a cascata sul cuore. Non si ferma.
Vuole inondare la sala d'aspetto, vuole rompere il muro di incomunicabilità.
E più stava lì più rimpiangeva il tempo che doveva
passare con gli occhi rivolti a terra e con la mente ovattata.
E più si intristiva per il suo mondo.
Aveva visto il concerto più bello, sentito il nettare della
musica, ma aveva sentito che si stava allontanando. Il mondo gli era, sempre
più estraneo.
Il ragazzo stava correndo, ma il mondo non riusciva a stargli dietro,
se ne stava andando.
Ed il contadino che un giorno non lo vide più, capì.
E tutte le cose che avrebbe voluto chiedere gli furono immediatamente
chiare: posò il forcone e si sdraiò sul fieno.
C'era il sole, il vento e le nuvole.