In Domo Ambrosiana
biografia temporanea di Davide Cavagnero scritta da lui medesimo
 
 Per non dimenticare

Il momento era quasi giunto. Pochi giorni, e la rassicurante dimensione della vecchia e piccola Asti sarebbe stata minata alle fondamenta.
La vita chiede svolte e frantuma certezze.
Ma la prima a rompere certezze ed argini fu l’acqua grigia del Tanaro che ,bevute le abbondanti piogge, dei giorni precedenti s’accorse di stare scomoda nel suo letto e tracimò.
"Acqua, acqua dappertutto". (1)
Le campagne e le città conobbero il fangoso abbraccio di una natura troppo compressa ed umiliata  per non chiedere in pegno un ingente numero di danni e vittime. Le vie che conoscevano passi di uomini, l’asfalto che odorava la puzza dei gas delle auto, il porfido che tendeva insidie ai dilettanti ciclisti, si trovarono a stretto contatto con una massa di acqua scura.
Questo forzato matrimonio durò solo per qualche giorno. Ma fu sufficiente per noi e per tutti quelli che non conoscevano quanto l’acqua potesse essere cattiva e dispotica. Nella piazza del Palio dove infinite tracce di gomme e di sporcizia riparavano l’asfalto dalle intemperie, si poteva solo transitare con il canotto o con le zattere.
Ci volle un anno perché la città potesse tirare su il capo, così pesante dopo questa lezione che grida alla noncuranza ed allo scarso attaccamento degli uomini alla natura .
Ci volle anche un anno perché le linee ferroviarie offese dalla piena dei fiumi potessero conoscere di nuovo le mani d’acciaio dei loro amanti treni. Per molto tempo l’unica via di fuga dal marrone dominate in città fu l’autostrada da solcare a passo d’uomo o la ferrovia ormai monca, capace solo di vedere Torino.

Così saltò la prima settimana di lezione. Meglio, erano sette giorni di vacanza in più, come se non ne avessi  fatta abbastanza.
 

L’ estate più lunga della mia vita

Non stupitevi. Non sto parlando di mirabolanti coincidenze meteorologiche. Né sto parlando di un vacanza lunga una vita (2).
Sto parlando del periodo di vacanza assoluta e sine ulla cura che mi si prospettò una volta concluso l’esame orale della Maturità. Passai quasi per ultimo, dopo di me, infatti, furono interrogate Maria Elena, Cinzia ed Irene (3). Che stress, non ero mai stato sottoposto ad una sofferenza peggiore, certo giusto perché non conoscevo ancora lo stress da esame che oggi ancora gioca a tamburello con il mio stomaco. Gli ultimi giorni conoscono la resa degli ultimi baluardi di certezze, che, traditrici!, issano bandiera bianca quando meno te l’aspetti e quando maggiormente avverti il bisogno di aggrapparti ad un misera certezza. Penso che mi sarebbe bastato sapere che il giorno dopo (l’alba dell’esame) il sole sarebbe sorto come aveva fatto i diciannove anni precedenti della mia vita. Che Hume dubiti pure che il magister lo critichi pure e che la Vanni dica tranquillamente la sua , IO avevo bisogno di sapere qualcosa di certo e di saldo. Evattelapesca.
Comunque la notte precedente l’esame non riuscì a dormire molto bene (meglio che niente: mia madre, da me contagiata, non dormì proprio...) e la mattina, mentre quella santa donna tentava di vincere la tenzone con la tensione stirando, gustai la prima colazione della mia vita che non aveva sapore. Non sapeva di niente! Tutto ciò che mi era dato di conoscere era la temperatura del te e delle tremende brioscine scaldate al forno a microonde. Da ustione.
Vabbè, ma mo’ che mi metto? Non avevo mai cambiato abito prima d’uscire, una volta deciso che cosa indossare. Solo che questa volta presi la camicia bianco-rosata, ma scoppiavo di caldo. Ecco, non mi ricordo neanche se mi stesse bene o meno, ricordo solo che avevo un gran caldo (sarà stato il vapore del ferro da stiro di mia mamma che a metà Luglio stava stirando?). Niente paura, comunque, mi tolsi la camicia per un camiciotto di seta bordeaux, sicuramente più fresco (?).
L’ esame era alle 11. Io, per essere sicuro, mi precipitai in aula d’attesa alle 9 e 45. La fresca camicetta bordeaux era affogata in un mare di sudore. Di mio sudore, si badi. Voglio dire, non ho mai sudato in quantità tale da allestire i famosi laghetti intorno alle ascelle. Eppure quel giorno le mie ghiandole sudoripare festeggiarono abbondantemente. Probabilmente diedero almeno 4 o 5 feste. Per fortuna, il largo anticipo dettato solo dalla fifa di arrivare in ritardo più che dall’ardore di essere esaminato, mi permise buoni tempi di recupero. In anticipo lo sono ancora oggi e sicuramente NON è per la gioia di essere mandati a casa con il votino d’ordinanza o di essere mandati a casa tout court.
Amerio, Cantelli e ...... Cavagnero. Iamme ià.
Il fan club era poco nutrito ma di gran classe: da sinistra a destra seduti, Paolo, Stefano e Stefano (4),  più compagnucci di scuola vari. Era l’ultimo anno delle commissioni esterne provenienti da tutte le parti d’Italia. L’ultima chance data ai professori di farsi una vacanza alle spese dello Stato. I professori delle nostre parti chiedevano di andare nel Sud e i professori di giù chiedevano di venire qua. Certo la paga era quella che era, un rimborso spese, ma vuoi mettere la soddisfazione ? Una soddisfazione duplice e forse un po' cinica: intravedevano la possibilità di fare una gita fuorigrotta e di lanciare le mortali ombre del dubbio sugli studenti che non potevano conoscere l’entità del mostro cattiveria o della gemma bontà celati in queste persone di un lontano paese e di uno sconosciuto passato. I più fortunati, dopo cabale incrociate (non in prosa (5)), riuscivano a grattare via qualche vaga ed imprecisa informazione. Magari non era nemmeno vera, ma almeno uno sapeva di che morte morire.
Le informazioni che la nostra scolastica intelligence agency ci aveva fornito non erano rassicuranti: infatti il presidente di commissione era descritta come un’ arpia, in effetti l’aspetto esteriore non aiutava, pronta a far strage degli studentelli che, ahiloro, avevano l’ardire di portare Inglese.

"Allora, lei, Cavagnero, su che materie è preparato?"
"INGLESE e Italiano". Pure di prima. Ecco le tracce di sfiga che mi tiro dietro ancora oggi.

Comunque tra milord Byron ed il suo Manfred, Pascoli e Dante nella buffissima edizione a MILLE lire, l’interrogazione andò in porto.
Pochi giorni per sapere l’esito e poi SHOW TIME.
Furono quattro mesi di puro divertimento: ricordo il nostro Vittoriale Monferrino, la gitarella a Parigi: non fu troppo riposante ma fu comunque una pacchia in confronto ai viaggi che si stavano annuvolando all’orizzonte (6), il lungo svernamento a Felizzano (7), i suoi campi da beach-volley e la sua palestra, la palestra del liceo...
 
 

I primi contatti

Non avevo mai visto questa tanta acclamata Università Cattolica del sacro Cuore di Gesù Cristo.
Ne avevo solo sentito parlare, avevo solo visto occhi sognanti che agognandola, quasi me la impacchettavano, pronto uso.
Anzi, avevo avuto la possibilità di vedere l’università di Torino ed assistere a due malaugurate (8) lezioni di tale Professor Cambiano, docente di storia della Filosofia Antica. Il primo da cui sentii il nuovo paradigma ermeneutico di interpretazione dei dialoghi di Platone in funzione delle dottrine non scritte. A ripensarci è buffo ricordare che il professore non si sognò neppure di nominare il nostro UNO. Quello che, cavalcando il nuovo paradigma di Tubinga ed anche un po' suo, sta ritraducendo tutti i 36 dialoghi del discepolo di Socrate. L’impressione non fu certo positivissima, visto e considerato la bomba di carta che scoppiò nell’università il mio secondo giorno di "lezione" e che attirò a Palazzo Nuovo uno sciame di poliziotti con buona pace di mia madre che già presagiva chissà quali disastri.
Comunque, prima dell’inizio delle lezioni, ci andai due volte: prima per perfezionare le pratiche (ancor’oggi più complicate del 740) e la seconda per concimarmi gli occhi al mito di questa università, cioè per capire di più di ciò in cui stavo entrando.
Glissiamo sulla scelta di mia madre di raggiungere la Cattolica in taxi dalla stazione di porta Genova.
Glissiamo sulla confusione che trovai.
Glissiamo sulla mia insicurezza di matricola del tutto digiuna di conoscenza accademica.
La gente che ti danzava intorno sembrava la stessa. Foglie mosse dal vento. Solo dopo mi resi conto che quel vento erano gli esami. Lo scoramento fu quasi totale: io ero lì a incominciare qualcosa che manco sapevo cosa potesse essere e loro, perfettamente calati nella loro parte infilavano scale e corridoi e passaggi con una familiarità disarmante. Il culmine di questo iniziale scollamento fu quando mi trovai senza casa e con l’incombenza trovare un collegio, pena la perdita di tempo prezioso durante l’anno accademico. Per fortuna Daniele (9) mi venne incontro.
Ma questa è un altra storia.
 

Antica, Medioevale ed Istituzioni

Non dovrebbe essere gravissimo perdere le prime ore dell’anno dei vari corsi. Si evitano le presentazioni dei testi e degli argomenti. Si evitano i manifesti programmatici di certi professori che faranno durante l’anno più o meno la metà di quanto hanno favoleggiato di voler e potere fare.
Io non ho mai seguito le lezioni dei primissimi giorni. Per un motivo o per l’altro non ho potuto partecipare a questa kermesse di inizio. Certo, la perdita è inversamente proporzionale all’anno di corso. Cioè, perdere il primo giorno all’alba del quarto anno non è nulla, tanto la gente, ahime, è sempre la stessa e salvo clamorose rentrée non ci sono mai grandi incontri. Perdere, invece, le lezioni iniziali quando non si è mai andati in università è piuttosto svantaggioso. Sicuramente non per il piacere di vedere il professore in anteprima e per quello, del tutto masochistico, di calcolarne la cattiveria o la bontà, la maggiore o minore generosità. Il vero vantaggio delle prime lezioni è quello di essere subito gettati di fronte a moli di lavoro ancora intollerabili di studenti più ex-liceali che neo-universitari. Per dire, quando mi hanno propinato, per la prima volta, il foglio-offerta speciale di Reale (10), mi sono spaventato ancora prima di finire l’elenco. Soprattutto per il tremendo scadenzario che un esame con l’ Uno porta con sé e la sua infinitesimale frantumazione. Questo lo darete a febbraio (1000 pagine), questo ad aprile (altrettante pagine), il monografico lo aprite a maggio con il mio Platonissimo(11), la Metafisica la portate con me.
Certo, per chi ha già conosciuto un training di una settimana almeno, tutte queste eruzioni di date e libri possono sembrare un po' meno aliene; ma per chi, come il sottoscritto, deve scalare questo iceberg, non è per niente facile. Il miliardo di testi del corso sono questi: un iceberg, prima di tutto,  mentale che ti stressa ancora prima che tu possa studiarlo, provando, così,  a sminuzzarlo con il tuo piccolo stuzzicadenti. Per fortuna che gli altri corsi e gli altri professori hanno bagnato il tuo ingresso in università non con un champagne di marca incertezza ma con ampie aranciate di solidi appigli per la scalata. Il corso del buon Ghisalberti, sia di Istituzioni che di Filosofia Medioevale, aveva il subdolo vantaggio di farti pervenire ai testi con calma, diluendone l’approccio con il tempo. Voglio dire, ho cominciato a temere il Gilson (12) solo quando il buon Ghisa ne ha parlato a gennaio-febbraio e la tentazione di fuggire a gambe levate di fronte al Liber de Causis mi ha percorso le vene al momento di chiudere l’esame a dicembre. Quale sarà la strategia migliore? Un timido ma subdolo approccio che ti porta per mano allo studio oppure la disintegrazione tout court delle tue certezze con il foglio pesante come non mai dell’intero programma? Boh.
Vabbè, ritorniamo a noi.
L’altro indiscutibile svantaggio del perdere le prime lezioni del primo anno è quello di non sfruttare il momento di massima loquacità dei tuoi compagni di corso-futuri amici. Infatti, penso che venga spontaneo a tutti parlare con il vicino di banco, subito, appena seduti, giusto per non perdere tempo, giusto per volare vicini nell’oceano universitario. C’è chi ha la fortuna di conoscere qualcuno già da prima, così da tentare approcci sempre più numerosi e disinvolti. partendo dalla base sicura del conoscente. Ma c’è anche chi ha la fortuna (diversa, chiaramente) di essere così solo da sentirsi orfano, da essere così intonso da necessitare che tutte le biro dei colleghi studenti di filosofia scrivano sul foglio bianco della sua vita. Le prime firme, pardon, le prime amicizie non sono, di solito, le più durature perché, comunque, fino a marzo passi il tempo a stringere mani ed a ripetere pedestremente il tuo nome. Ma va da sé che è meglio, quanto più ci è permesso, raccogliere firme così da trovare la persona a noi più congeniale e trovatola non dimenticare, comunque, gli amici di vecchia data.

Pubbliche Relazioni

Chi ebbi la fortuna di conoscere? Quali furono i primi contatti con i colleghi?
Incominciamo ricordando che ho anticipato di un’ ora buona l’orario della mia prima lezione: infatti, da almeno un secolo, il professor Reale tiene lezione il Lunedì alle 10.30 presso l’edificio in via sant’Agnese nell’aula numero 10, dedicata ad Armida Barelli. Ebbene ed io timoroso di bucare clamorosamente il mio "ingresso in università" scesi dalla metropolitana presso la fermata di sant’Ambrogio alle 9.20. Il merito di questo marcato anticipo è sicuramente da ricondurre all’azione sinergica della mia ansia con quella di mia mamma (10) che quasi mi buttò fuori di casa all’alba.
Ebbene, armato della rosea (11), aspettai per ben un’ora l’inizio della lezione,  ben conscio dell’alto valore simbolico di una simile attesa: sicuramente la mia vita conosceva de facto il più cospicuo cambiamento da un decennio a questa parte.
Entrando nell’aula non solo entravo in quel circolo vizioso che a mo’ di spirale continua a sballottarmi da una altra parte all’altra, ma anche tagliavo il filo di una sicurezza coltivata nel tempo. La vicinanza del Liceo e delle scuole elementari a casa mia sicuramente furono i custodi di questo piccolo culto della tranquillità. Ed entrare in quell’aula a quell’ora per quella lezione suonava quasi una bestemmia a tutti gli effetti
Non ancora colto da quel raptus di protagonismo che mi coglie ad anni alterni, il posto da me scelto era non troppo davanti, ne particolarmente nascosto.
Finita la lezione e fatta la conoscenza con tale Stefano e Vanessa (12), mi resi conto di quanto fossi indietro. Cioè, l’essermi confrontato con il programma televendita dell’Uno mi mise in uno stato d’agitazione tale che solo ad ascoltarlo mi venivano i complessi di colpa. Parole come "Platone", "idee", "Dottrine non Scritte" facevano a pugni con una coscienza che si alzava dopo un sonno durato quattro mesi, con un cervello che tornava ad allenarsi dopo un periodo un po' lungo di ossigenazione e di training autogeno.

Resistetti un giorno.
Poi di schianto caddi.
Comprai tutti quei libri che quell’amabile affabulatore mi aveva prescritto per l’esame e subito mi misi a studiare quella parte che dovevo espletare entro febbraio.

Come è possibile studiare così tante pagine e tenerle a mente tutte?

Le nozioni che immagazzinavo nel mio cervello,  affamato di input ma ben presto satollo, con una lentezza esasperante, aprirono le gabbie prima ai corvi del dubbio poi agli avvoltoi della paura. Dubitavo della mia capacità mnemonica e del mio metodo di studio, avevo paura che prima di febbraio il peso di così tante parole lette-ripetute-ripetute-studiate mi crollasse addosso. Per fortuna mi consolai. Il giorno della mia prima rappresentazione dell’Apologia (13), affascinato dalle parole eterne che volavano per la cripta (14), decisi di accelerare la mia andatura così da coprire più velocemente l’abisso che mi separava dall’esonero (tante preoccupazioni per una parte micragnosa dell’esame). Anche perché, forte di quella facoltà umanissima di prendere coraggio nel confronto con le difficoltà degli altri, mi resi conto di non rotolare tristemente a guisa di ultima ruota del carro. Per carità, non ero neanche avanti, ero dove volevo essere: in una posizione giusta.
Sono ancora grato all’Uno per quei suoi libri di testo.
Reale ha la straordinaria capacità di farsi leggere e, soprattutto, di farsi capire. Merce rara di questi tempi. Specie tra i filosofi. Quelli che con l’"essere" (15) hanno a che fare, non sempre riescono a rendersi comprensibili a noi,  poveri studenti, così ostinatamente legati alla terra di calcoli pratici, così sordidamente ciechi al richiamo del metafisico.
Certo, con il tempo si può riscontrare nei suoi testi un certa qual tendenza alla ripetizione di concetti già affrontati e discussi in precedenza. Per esempio il succitato Platonissimo è una dissertazione più ampia di quei temi toccati ed inesposti con la voluta dovizia, nella parte della storia della filosofia a lui dedicata.
Onestamente neanche l’Aristotelone (16) risulta essere un testo immediatamente accessibile: d’altronde, si vede la verve giovanile del filosofo che ha trovato un’arma, tutta sua, per compiere il parricidio con tutta l’esegesi tradizionale della Metafisica. Si può vedere la fatica titanica del neofita che ruba il sacro fuoco del sapere dall’olimpo dei celebrati sapienti e studiosi. E chissenefrga se lo stile è frutto di decenni di continuo labor limae. E chissenefrega che il libro conosca una spropositata veste tipografica. Chissenefrega.

Febbraio ed Aprile: eccoci finalmente al dunque

Dopo questi periodi di studio "matto e disperatissimo" (17), giunse finalmente il tempo di verifiche. Di preappelli. Di paure indicibili.
A dare i primi due volumi della storia della filosofia Antica, c’era una casino di gente, quella stessa gente che ti trovi al mercato allo stadio nelle manifestazioni più disparate al mare in montagna in vacanza. In mancanza del primattore, assente giustificato, nell’aula 324 Rotta, era dispiegata buona parte dell’esercito della salvezza o dell’esercito del Centro Ricerche di Metafisica.
Generale: Robertino Radice.
Tenenti: Giuseppe Girgenti.
Amabile Crocerossina: la signora Bettetini.
Solo in seguito capii che il grosso dell’esercito non era stato schierato. Mancavano infatti, la valletta e futura stella del cinema Nicoletta "Maria Grazia Cucinotta" Scotti e Maria Luisa Gatti (18).
L’esame rotolò via con meno complicazioni del previsto, grazie soprattutto al tenente Giuseppe ed alla poetica di Aristotele.
Più complesso fu lo studio della parte del benamato professor. Dario Sacchi. Entro aprile, dovevo studiare il libro (bello ed interessante) di Popper ed il libello (una palla mostruosa) di Istituzioni di Filosofia della star. Si, la Star,  di quelle che se ci fosse la walk of fame nei chiostri , avrebbe il suo posto davanti al rettorato o all’aula Magna: Sofia Vanni Rovighi. Non era che l’inizio di un tragico cammino lungo quanto il corso di laurea. Infatti, i suoi libri rimangono costante punto di riferimento per determinati esami. I suoi libri rappresentano la Stella Polare (o la Croce del Sud) per gli sventurati studenti. La sua luce e le sue parole ti condurranno attraverso filosofie e filosofi. Ti eleveranno all’infinita potenza di Dio. Oppure ad un mero esercizio di mnemotecnica (19). Oppure a parlare di gnoseologia come se fosse una minestrina riscaldata, come se fosse la zuppetta di pane più buona e più facile del mondo. Fatto sta che io non sono ancora ben sicuro di aver compreso la faccenda dell’intenzionalità e delle ipotesi neotomiste in tal senso. Non ricordo molto dell’esame, ricordo solo l’interesse di Sacchi nell’indovinare la nostra provenienza, attraverso l’etimo dei nostri cognomi. Ricordo le domande sugli orfani lombardi e sull’evidenza (20).
Fu il feldmaresciallo Robertino a spiegare la parte delle filosofia antica che viene dopo l’ateniese e lo stagirita. Fu lui a spiegare la Stoà, Epicuro e Pirlone. Probabilmente aveva un contratto con  la Sector. Visti gli esempi e visto il tipo.
 Mah.
Glissiamo.

Quattro esami e  poi Scozia

Non penso sia molto raccomandabile ridursi a studiare il Platonissimo con un’esercito di carpentieri muratori ed inservienti che ti danzano sulla testa ed hanno cura nel fare più casino possibile. Mi spiego. La materia era sempre la stessa e anche gli argomenti erano gli stessi, che giocavano a nascondino. Quindi, non era il massimo dell’impegno teoretico. Ma con un delicato martello pneumatico che ti sfarfalla sopra e davanti e sotto le orecchie non è facile leggere neanche Topolino. Voglio dire, il giornaletto di qualche anno fa era di un immediato e di un semplice da far paura. Ora no. Ora è coloratissimo, più del solito, intendo. E’ pieno di riferimenti alla vita vissuta, è pieno di forme più accentuate (Paperina con un po' di tette e Minni con un bel sedere), è appiattito su quella malattia che da un po' di tempo dilania le visceri dei film della Disney. E’ tragicamente assurdamente ignobilmente politically correct. C’è il problema dell’integrazione razziale, c’è il problema di un infanzia disadattata (disadatta anche a causa di comportamenti come questi), c’è la violenza sui minori, ci sono persone, pardon, cani e gatti e cavalli e porcelli bianchi, gialli e neri.
Comunque, anche Topolino va letto con un certo background culturale, che presuppone una buona conoscenza dei fatti di attualità non indifferente. E quindi neanche un fumetto può essere letto con un casino del genere.
Figuriamoci, il Platonissimo ed il Merlan (21).
Non dimentichiamoci l’allegro chiasso degli alpini che, proprio quando stavo ripassando la Metafisica dello stagirita, è esploso per le vie di Asti nella tre giorni del Raduno nazionale. Ho detto allegro, ma pur sempre chiasso era. Ma dico, con tutti i bei posti, con tutti i bei periodi, il raduno doveva proprio essere fatto a fine Maggio e ad Asti?
Tantomemo, può essere salutare tentare di dare Inglese totalmente allo sbaraglio e Teologia I . Questo esame provai a darlo il 20 di Luglio.
Nell’ aula Gemelli.
Alle tre di pomeriggio, con l’allegra brezza che spira a Milano d’estate.
Con un bel tipo, tale Lia, un tipo  vestito in giacca e cravatta,  da yuppie alla prima speculazione,  ma con la passione segreta di fare il sacerdote.
Geniale.
Un ossimoro vivente.(22).
Comunque le forbici degli esami mi hanno permesso di ritagliare un foglio accettabile di vacanze. Con quel foglio, ho tentato di fare un figura di origami (23) mai tentata prima: ho provato a modellare sulla carta del tempo rimastomi la Scozia. Insieme a quel disgraziato del Tommaso. Una bella vacanza. Forse con troppi italiani di mezzo. E che begli italiani c’erano di mezzo, ve lo garantisco. Un campionario piuttosto ampio.
Bene, ad Edimburgo, c’erano Paolo e MariaPaola. Due ragazzi, forse un po' fighetti ma almeno gentili e simpatici.
C’era a Perth una comitiva di amiconi con un pugnetto di ragazze al seguito. Abbiamo visto di peggio. Non tanto, comunque.
C’erano a Kingussie due reduci da un tour di stadi (arghh) della Gran Bretagna (24). Veramente preziosi.
C’erano a Carbisdale Castle un gruppetto di personcine a modo. Forse non molto capaci a fare la pasta. Uno pari: neanche Tommaso sa usare la lavatrice.
C’era a Inverness un ragazzo di Caserta che parlava come la buon’anima di Troisi. Chissà cosa ci ha detto.
Tacciamo sulla popolazione autoctona e sui turisti di altre nazioni. Giusto perché per esaurirli ci vorrebbero, minimo, minimo, altri due barnum.
Stop.

Cadono le foglie ed arriva il macigno Gilson

Finalmente con la sessione autunnale, ebbi la possibilità di nobilitare il mio animo con un corroborante studio di storia medioevale. Mentre c’era chi incominciava a scalare la montagna del buon Etienne, io mi dilettavo della storia rurale e socioeconomica del periodo. Non fu poi quell’ottima scelta: a cavallo di ottobre ed inizi novembre, mi dovetti anch’io dotare dell’imbracatura (25) tradizionale e tentare la scalata.
Fino all’ultima, ripidissima parete.

"Allora, Tommaso, come sta andando Davide? " chiese Eleonora . O così mi han detto.
"Mah, per adesso ha parlato più il professore". Non è nel mio interesse stare qui a spiegare l’ormai tristemente classico stile dell’ottimo Tommy di ripresentare notizie o di parlare di qualcuno o di qualcosa. Quel che è certo è che, in effetti, devo ancora capire come ha fatto il vice-Paola (26) a darmi distinto. Mah. La sessione pre-natalizia fu sacrificata per lasciarsi alle spalle la filosofia medioevale ed i suoi due eroi: San Tommaso e Sant’Agostino.
Il primo è "quello che con gli ingredienti preparatigli da Alberto Magno, suo maestro, ha fatto i cannelloni con la besciamella al forno."
Il secondo è quello che "viveva male la sua sessualità. Visto che prima poteva ma non voleva e poi volle senza, in effetti potere".(27)
In mezzo a queste elevatissime tematiche mi permetto di ricordare un esame sicuramente prezioso e che consiglio veramente a tutti: lo scritto di Etnologia sul libro del McLennan, vecchio di 135 anni. Ed i fantasmi della Caforio ed il suo circo Togni. Ed il tempo del Gasparini.

Intanto erano iniziati i corsi del secondo anno accademico.
 
 

 Los tres amigos e Sacchi

Il 1931 deve essere stato un anno speciale.
Chissà come succede, chissà se Dio sceglie di anno in anno oppure è tutto bello, là, scritto e pronto per essere. Chissà se i vari anni terribili ed horribili sono nel codice genetico della storia o se basta che il nostro Signore dorma male l’ultima notte dell’anno per decidere l’enorme quantità di sfiga che affogherà la terra con l’anno che viene. Mah. Non lo so. Però è strano, voglio dire: è una cosa che se ci pensi ti fermi un attimo a riflettere. Ci sono anni che sono decenni, visto il numero di accadimenti che lo colorano. Ci sono anni lunghi come la pipì di un farfalla, tanto poco c’è da ricordare.
Eppure, sono convinto che il veglione, su in Paradiso, del 31 dicembre 1930, sia stato una Figata.
E penso proprio che Dio abbia dormito poco ma bene.
Infatti, filosoficamente parlando il 1931 ha udito i vagiti (già comunque mirati e frutto di lunghe speculazioni mentali) di tre dei più noti professori della nostra facoltà ( e non solo).
Nel ‘31 le madri di Adriano Bausola, di Virgilio Melchiorre e dell’ Uno (28), si dannavano l’anima per cambiar loro i pannolini, per fare loro bere il latte e per fare i ruttini. Non solo, ma i tre si sono ritrovati matricole imberbi quando nel trono della Cattolica c’era l’ Olgiati. Chissà se hanno mai dimenticato di studiare quacchecosa. Chissà se gli hanno mai chiesto qualcosa che li ha messi in seria difficoltà, come loro fanno con noi.
Comunque, il giovane Melchiorre pare corresse dietro alle ragazze, tentando di trascinare con sé il povero Bausola, timido per natura. Mentre l’Uno già vagolava nel suo Iperuranio. (29)
I primi due sono stati gli eroi dei corsi del secondo anno accademico. Anche se, ad onor del vero, le loro lezioni sono state annacquate da una gragnuola di corsi, seminari e lepidezze varie.
Se è vero ciò che diceva Nietszche (30), allora per i nostri due ( il terzo ha già dato) vale il detto che uno è l’assistente che ha. O meglio: uno è l’esercito di assistenti che ha. Nell’esercito dei morali spicca la parlantina avvincente del giovane alfiere dell’Ermeneutica: Massimino Marassi. Lingua svelta e tagliente, penna spietata ma oscura. Ecco,  Marassi deve ereditare la cattedra del nostro Virgilio.
Anche solo per lo stesso stile di scrivere, anche per la capacità di parlare per ore di cose diverse, di cose totalmente incomprensibili, anche solo per quella maschera "Parla, parla che tanto non hai capito nulla" da esame che entrambi indossano ( con diversi risultati, per fortuna).
Tra i teoretici bastoni della vecchiaia del Magnifico Rettore spicca la pipa del Neo - Dandy, Adriano Pessina.
L’ Adriano è proprio un bel tipo. Forse un po' cattivello.

Dimenticarci di Dario sarebbe un vero peccato. Basterebbe per fare rifulgere la stella della sua grandezza ricordare la innata, quasi bolscevica tendenza alla stacanovismo. ma tant’è. Persona corretta, conosce una facilità quasi istintiva nello spiegare. L’ immediatezza della lezione fluisce con estrema liquidità ad una comprensione, magari non istantanea ma sicuramente non difficoltosa o proibitiva. Il Dario è veramente un ottimo professore ed una persona gentile, forse un po' troppo schiva ed eccessivamente seria.
 
 

Prendere o non prendere sul serio la filosofia: ecco il problema

Dopo lo stillicidio di due pre-appelli seminati sul campo arato dell’anno scolastico (Marassi ed il magister, il piccolo Principe Riva e Marcel (31)), finalmente si poté chiudere Morale. Altri testi, altri argomenti. L’oscuro Melchiorrre ha questa mefistofelica abilità: scrivere cose che apparentemente sono sempre le stesse. E sottolineo l’apparentemente. Perché due suoi libri "Corpo e Persona" e "Essere e Parola" sembrano (e ripeto sembrano) un cumulo di gadgets intorno ad unico scarno scheletro. Ma, purtroppo, proprio la dove le cose sembrano le più banali e ripetute, il nostro diavoletto ci instilla il nuovo, e non facile, concetto. Che fregatura. Che stile da cattivoni. Glissiamo sulla classe del suddetto Virgilio allorquando ci fu l’esame. Io penso che se mai mi laureerò vorrò, e dovrò, conoscere la data della mia discussione con rassicurante anticipo. E quindi mi arrogo il diritto di supporre che anche il mio relatore ed il contro-relatore sappiano , con un discreto anticipo, il giorno e l’ora della discussione. E così dev’essere per i membri della commissione esaminatrice. Questo succede a tutte le persone normali. Al buon Melchiorre, no. Perché, poverino, lo informano delle cose solo all’ultimo minuto e così, il mattino in cui era stato stato fissato l’esame, è stato svegliato con l’allegra notizia che era stato scelto a far parte della commissione. E’ questo il bello: tutti lo sanno almeno una settimana prima e si regolano di conseguenza, lui no, è l’ultima ruota del carro, le cose gliele dicono con massimo ritardo. O le capisce con estremo ritardo. Comunque, a  causa di questo evento prevedibile come i temporali in primavera, abbiamo saputo che l’esame era stato posticipato al pomeriggio. Per dare al nostro professore, il tempo fisiologico di recuperare le energie dopo la sarabanda di emozioni della mattinata. Glissiamo, che è meglio. Non è mia intenzione giudicare. MA non mi sembra che io sia il il solo a prender troppo sul serio la filosofia (32).
Prima di ritornare nella materna Scandinavia, c’è stato un esame lampo su un libercolo di poco conto (33).
Ma fu poca cosa, ragion per cui vediamo com’è stato ritornare in vacanza con il bello ed intrigante.
E non c’era solo lui.
 

Renne zanzare e macchina

Premetto subito, in questa breva discussione intorno alle recenti vacanze, che non furono propriamente riposanti. Né tantomeno comode. Viste e considerate le allegre comitive di zanzare e mosquitos che libavano non il latte ma il nostro prezioso sangue.
Ma tant’è.
La partenza fu presso il campo-base di Podgora (33), attraverso Sesto verso Cinisiello ( irrinunciabile prima tappa) e verso la Como Laghi.
Il chilometri sono volati sotto i nostri piedi, macinati da una mai esausta macchina presa con l’ottima ed efficientissima "Europe Car - Rent-a-Car". I posti ti sono scivolati addosso e ben poco si è attaccato ai ricordi, sono rimaste solo piccole icone da sacrificare ad un nuova vacanza on the road.
Tra queste icone non posiamo dimenticare lo "squallido promontorio roccioso".
La "brulla e spoglia isoletta".
Insomma, in due parole: Capo Nord.
In effetti l’isoletta di questo finis europae è un pochino squallida e decisamente bruttina, vista la sua vocazione inevitabile al turismo. Ma anche lo stesso Capo non si sottrae a tali ferree leggi di mercato, e così l’entrata è a pagamento, c’è un bel Parking (34), e c’è un bella costruzione (tremenda per fare un eufemismo) in cui il moderno turista trova modo di placare la sua sete di souvenir cibo annulli postali e cartoline varie. Sembra fatto apposta per farti dimenticare le migliaia di chilometri fatti per venire ad adorare il limite. Entri e non sei più a Nordkapp, ma sei in infiniti centri commerciali che vendono di tutto, dallo stuzzicadenti alla casa con piscina. Ma è solo un placebo, e neanche tanto efficiente. Perché proprio quando vorresti spendere le ultime corone in stupidi ricordini, giri la testa e vedi quel globo di ferro e cemento. Quello che vedi sempre in primo piano nella fotografie del Capo. Uno dei due motivi che ti ripagano la fatica e lo stress del viaggio. Questo globo non è niente di speciale. Anzi, in qualsiasi altro posto sarebbe stato pure kitsch . Ma qui no. Qui, in effetti, è l’eidos del mondo che hai ai tuoi piedi. Qui è il simulacro delle strade che ti hanno condotto qui. E’ quello per cui sei venuto.
L’altra piccola gioia ripaga - fatiche è proprio il promontorio. Non c’è niente oltre al Centro. ma tu sei qui perchè hai seguito l’idea. Bellissima e struggente. Capire perché uno stesso centimetro quadrato di terra,  nel giardino di casa tua non vale una cicca, ma che lì a quell’ora è quello che hai sognato. Capisci che Dio ci fa vivere nel migliore dei mondi possibili. Dove se non ti fermano, ti prendi una sedia e vai nel tuo giardino. E aspetti, aspetti, aspetti un minuto, un’ora un anno. Ma se quell’anima ha uno sputo di anima tu l’avrai trovata.
 
 
 

Postfazione

Eccoci finalmente fuori dalla memoria, in quella zona dove il fluire degli attimi perde la sua importanza, poiché ciò che adesso viene vissuto, sarà sentito solo in seguito, come un eco chiamato ricordo.
E di ricordi vivono le pagine che hai letto, pensieri non casuali che hanno tracciato un percorso, attimi di vita legati tra loro, disciolsi e racchiusi da gocce d’inchiostro.

Strana posizione occupo in questo momento.
Da ciò che ho capito dovrebbe essere una sorta di epilogo, una voce fuori campo che cala un velo di legittimazione a tutte le bugie che ti ha raccontato (e di cui non sono minimamente responsabile).
Purtroppo, nel momento in cui scrivo, non ho idea di quali ricordi abbia voluto renderti partecipe e in quale grado la sua fantasia (e la  sua scarsa capacità mnemonica) abbia modificato la realtà, ma ti assicuro che fatto del suo meglio.

Devo inoltre ammettere che l’idea di un bignami su periodo così ristretto, ma di innegabile importanza, almeno per le necessità narcisistiche dell’autore, sia quantomeno originale e degno di nota .

Non avendo or ora altre cattiverie da aggiungere, concludo salutando la sfortunata lettrice, augurandole, nonostante tutto, un buon Natale.

Stefano Sanna
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Note a Margine del testo - a cura dell’Autore-
 

 Capitolo primo

1   :   "Water, water every where,
 and all the boards did shrink
 Water, Water every where
 nor any drop to drink."  Samuel T. Coleridge "The Rime of the  Ancient Mariner",  introduzione di E. Canepa e traduzione di A.  Ceni, 1994,  Universale Economica Feltrinelli.

2   :   "In vacanza da una Vita", ultimo album di Irene Grandi (1995).

3   :     Al secolo MariaElena Dagna, Patrizia Ferrero ed Irene Ferrero,      compagne di liceo, passate il 18 Luglio.

4   :    Al secolo Paolo Tessitore, Stefano Sanna e Stefano Bianco, che  erano venuti ad assistere l’esame ed a partecipare al pranzo che  sarebbe seguito all’interrogazione
 
5   :   "Estethica in Nuce, una rapsodia in prosa cabalistica" Hans Georg   Hammman.

6   :    vedi il viaggio in Scozia (Quattro esami e Scozia) e quello a Capo  Nord,  faticosi fin quasi al martirio.

7   :    faccio riferimento al lungo periodo a cavallo dell’Agosto ed il           Settembre 1996, trascorso, ospite di Marina, Walter, Francesca ed  Alessandro Curino, in via Colli 2, a Felizzano.

8   :    iniziò da qui il lungo dissidio, che tuttora persiste, tra me ed il  succitato Tessitore, a causa di un ragazza, Mara Torrioni.

9   :    infatti, durante i primi mesi di università, alloggiai in via Soperga 16,  presso, appunto, Daniele Corona

Capitolo secondo

10  :   l’offerta promozionale comprendeva, allora, "Storia della filosofia  antica", 5 voll., "Apologia di Socrate" e "Timeo" di Platone, "Dal  Platonismo al Neoplatonismo" di P. Merlan, "Metafisica" di  Aristotele, 3 voll., "per una nuova interpretazione di Platone" e  "Aristotele" di G. Reale.
10bis:  infatti mia mamma si era trattenuta a Milano da Daniele (vd.).

11  :   vedi la nota precedente.

11bis:  la "Gazzetta dello Sport".

12  :   "La filosofia del Medio Evo", Etìenne Gilson, la nuova Italia.

12bis: al secolo Stefano (non mi ricordo il cognome) e Vanessa Barni.

13  :   è la rappresentazione scenica dell’Apologia, con Carlo Rivolta, attore  del teatro milanese F. Parenti, curata da G. Reale e per la regia di R.  Shamannah.

14  :    Cripta dell’Aula Magna dell’ Università Cattolica di Milano.

15  :   Gianni Vattimo, infatti, parla sempre dell’essere, mettendolo tra  virgolette, visto che una tale definizione, per un debolista come lui,  non è umanamente raggiungibile.

16  :   vedi nota 10.

17  :   quel dice il Leopardi del sua personalissima formazione giovanile.

18  :   Altre due assistenti dell’ Uno.

19  :   sto riferendomi alla Logica Minor del primo dei suoi tre volumi di   "Elementi di Filosofia", la Scuola.

20  :   "Allora, chi è lei ?", chiese Sacchi. "Colombo", rispose il nostro,  togliendosi gli occhiali, "Tommaso Colombo." "Ha qualche  documento per dimostrare la sia identità" continuò il Sacchi (vd.).  "Ma come non è evidente ?", fece il brillante Tommy. "No", chiuse  gelido Dario.

21  :   vedi nota 10

22  :   cfr. Alessandro Baricco, "Barnum", Universale Economica Feltrinelli,   1994.

23  :   arte giapponese nel modellare la carta.

24  :   si erano fermati lì per "fare il bucato, dormire e contare i soldi".
Mi sono ritagliato questo piccolo spazio per dedicarmi ai ringraziamenti.
Vorrei ringraziare: mia mamma Adriana, il mio professore Primo Ardito, in primo luogo.
Poi in ordine sparso: Stefano Sanna, Stefano Bianco, MariaElena Dagna, Tommaso Colombo, Davide Fassio, Alessandro Marello, Luca Ruella, Edorado Dezani, Luca Agoglia, Nicolò LiCausi, Alfonso Zarrella,  Emanuele Braga, Matteo Colle, Gianluca Damato, Raffaella Aliprandi, Eleonora Zilio, Suor Laura, Giuseppina e Cristina Fatuzzo, Giuseppe Girgenti e tutti quelli che mi hanno sopportato in questi anni.
 

D.C.
 
 
 
 
 
 

 

Se si deve far filosofia, si deve far filosofia,
se non si deve far filosofia si deve far filosofia:
si deve far filosofia in ogni caso.
Se infatti c’è la filosofia,
siamo tenuti in tutti a far filosofia,
dal momento che c’è; se invece non c’è,
siamo tenuti anche in questo caso
a cercare perché la filosofia non esista:
ma cercando facciamo filosofia
perché il cercare è causa della filosofia.

(Aristotele, Protrettico, fr. 2,  4)

Perché tutte le altre scienze saranno necessarie alla filosofia,
ma nessuna superiore.

(Aristotele, Metafisica)

Il primo motore muove come ciò che è amato,
mentre tutte le altre cose muovono essendo mosse.
E’ un essere che esiste di necessità, e in quanto esiste di necessità,
esiste come bene, ed in questo modo è principio.
Ed il suo modo di vivere è il più eccellente:
è quel modo di vivere che a noi è concesso solo per breve tempo.
(...) L’intelligenza pensa sè stessa
 e pensando sè stessa si coglie come intelligibile,
infatti intelligenza ed intelligibile coincidono.

(Aristotele, Metafisica, XII, 7, 1072 b 3-30)
 
 
 
 
 

Dedico questo libro alla memoria di mio padre.
Che ha creduto e che ha cercato.
 

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