La barba e l'esperienza.
E poi, basta. Non c'è più nulla che i due grandi vecchi
abbiamo in comune. Sembra strano, ma è cosi. Incredibile. Voglio
dire, siamo tutti diversi, ma tra questi due il divario è netto:
c'è un modo di intendere e parlare con la vita che è diverso.
La nostra permanenza è parola, sulla terra.
Dialoghiamo tra noi e con la nostra vita. A seconda di come si dialoga,
sono diverse le scritte che la vita insieme al tempo ti regala sulla pelle.
Diversi odori e diversi colori. E Costeau e Messner parlano in modo totalmente
diverso, garantito. Basta vederli: le rughe del francese non sono rughe
sono le tracce dell'infinito movimento delle infinite onde della sua vita,
quel colore che illumina il suo volte non è semplice sole: è
salsedine di mille mari, e grida mute di mille pesci e tacito accordo di
mille alberi di maestra. Quelle gobbetta non è frutto della vecchiaia
ma è tributo pagato al mare, una vita per dell'acqua: la più
bella che si possa trovare.
Se è vero che il capitano affonda con la sua nave, allora con
Costeau, quando ci lascerà, affonderanno tutte le navi che hanno
visto gli oceani. Tutti quegli scafi, carezzati dal confidente del capitano,
giù, negli abissi a conoscere una rinascita in mille colori di mille
pesci.
E Messner?
Perché non è mai riuscito a parlare bene in italiano?
E ciononostante, fa parte della vetrinetta italiota per il serbatoio di
glorie che il villaggione del mondo ci richiede?
Un momento. Secondo me, la pretesa di sentire italiano dalle parole
dell'altoatesino è una cosa vergognosa. Come chiedere ad un computer
di usare solo un linguaggio, o chiedere ad un bimbo di giocare solo con
una cosa.
Limitante e crudele.
Messner non è un poliglotta, sia chiaro. O quantomeno non lo
è nel senso stretto della parola, invece di sapere tedesco (che
saprà sicuramente) o francese o inglese, parla al mondo, ai sentieri
che percorre.
Parla con il ghiaccio che gli penzola dal barbone, un ghiaccio che
lo cinge da sempre, benevola edera. Parla con la pietra che calpesta, che
buca con la piccozza, che gli offre amorevoli aiuti. Con il sole che secca
le labbra, con il cielo che fa piangere per quanto è blu.
E voi volete sentire un italiano? E' una cosa che mi fa una pena infinita.
Uccello non volare, cammina e basta. Voglio dire, non è limitante?
Nei loro occhi e nelle loro mani ci sono infiniti nodi ed infiniti
blu.
Tutti bellissimi ma tutti diversi. Il nodo della barca, gocciolante
, fradicio, profumatissimo di mille lidi.
Il nodo secco, scarno, l'unico, però, in grado di salvarti la
vita.
Il blu, due blu, infiniti nelle onde e nelle spiagge, immagine eterna
di madre di vita e di sentimenti.
Il blu cosi immobile che sembra sbriciolato e schiacciato tante volte,
forse lo scatolone dei pensieri dell'umanità, contenitore e padre
del progresso.
Metteteli vicini, vedrete le due del mondo insieme. Sono li. Due tempi
asimmetrici. Finalmente uniti.
Grande invenzione, davvero. Voglio dire, un trenino anche brutto e scomodo
che ti passa sotto Milano, come un topolino sguazzerebbe nel formaggio
coi buchi.
Detto così, è una tristezza indescrivibile. Invece, no.
A parte che, a volte, sembra di stare nel circo, vista la gente che
incontri, a parte le persone che ti circondano, che sembrano sempre
le stesse e che stanno lì a chiedersi se non ti hanno già
visto su qualche treno, a parte che in due anni non ho mai preso lo stesso
vagone. A parte tutto questo, ogni viaggio meriterebbe un barnum.
Glissiamo. Anzi, no non glissiamo. Mettiamoli vicini questi quadretti
della realtà di ogni giorno che abbiamo rosicchiato dal tempo. Ci
sono immagini che sono come cartoline, stanno lì vengono dimenticate,
sepolte da libri, in mezzo a pagine. Mi sono sempre chiesto se alle cartoline
che hanno viaggiato (hanno visto il mondo) piace essere abbracciate dall'oceano
cartaceo dei libri.
Io penso di no. Secondo me, non sono affatto contente. Anzi.
Provate a chiedere al marinaio di scendere dalla nave. Non da una nave
qualsiasi, ma da quell'ultima nave che da sola vale per le mille che lo
hanno accompagnato. Fatelo scendere e lo vedrete caracollare. Perdere l'equilibrio
ed il gusto di vivere. Fatelo dormire in un letto che non si muove.
Provate anche solo a fargli perdere quell'odore di mare che nessun
marinaio sente in modo uguale ma che è la causa del loro incondizionato
amore per il mare. Anche la cartolina si sente ormai stretta da una realtà
ferma ed immobile. Però quando apri il libro e ti cade la cartolina,
tu non sei più qui. Voglio dire: questo è il sentimento di
vendetta delle cartoline affogate nelle lettere stampa. Una vendetta un
po’ subdola e che ti frega. Però è bellissima.
Per un attimo che sembra pesare in eterno sulle lancette dell'orologio,
lei, la subdola, ti riporta là in quel luogo che compare per nulla
stanco di dar spettacolo di sé e ti restituisce una piccola parte
di spiccioli di tempo. Spiccioli che una volte tintinnavano vivi nelle
tasche del presente e che ora stanno dimenticati nel borsellino capiente
dell'oblio. Sono lì di nuovo e ti fregano. Ritorni là e pensi
che dovevi fuggire, che dovevi amare che dovevi dire e fare.
E ci sono cartoline della metro che ti riportano indietro così.
Io mi ricordo di una piccola cartolina. Una di quelle che paghi poco, quelle
che con mille lire ne compri 6. Se ti va male, le fotografie sono veramente
atroci, trucchi sovraesposizioni grand'angoli sulle costruzioni più
squallide o sui panorami più desolanti. Ma se ti va bene. La trovi.
Trovi quella cartolina che non metterai mai a far da segnalibro. E
lei riconoscente non ti colpirà più alle spalle. La mazzata
in sentimenti te la sbatte in faccia. Ma va bene così. Io ne ho
trovata una.
Nel vagone (sempre uguale, eh, ma che ogni giorno viene pulito dalle
scritte vecchie e riempito da altre) sono saliti due uomini. Chitarre e
violini. I due strumenti che vanno per la maggiore nelle hits da metropolitana.
Volevano essere un duo. Invece erano due solisti. Dovevano andare a tempo.
Ma loro no mica si guardavano, andavano ad orecchio. Prova dire a Gould
di andare a tempo. Infatti. Ognuno nel suo piccolo volava nel suo mondo
musicale un po’ buio della metro. Risultato: asincronia e scollamento.
Bellissimo. Corde ed archetto che si fanno sole e nuvole, corde e cassa
armonica che si fanno roccia e neve sciolta al sole. Insieme hanno cominciato
e poi insieme hanno finito. Due sguardi: guarda io parto, vabbuò,
allora, via. Scollamento. Guarda son appena tornato, no aspetta che ritorno
anch'io, ci sei? Io stacco, ok per ma ve bene. Scollamento. Ma che bello.
E a pensarci ci rimani secco.
La metro non è solo un semplice mezzo di trasporto.
E' un modo comodo per vedere Milano ed i milanesi. Nella carrozza,
sempre uguale, vedi tante persone, e le vedi andare e tornare. Come le
onde di un mare sotterraneo, fatto di sudore e luci al neon. Allora, oltre
ad essere sempre nello stesso vagone, ti sembra di stare sempre con la
stessa gente. Magari uno è un po’ invecchiato, magari hai i baffi
ma te li ritrovi lì, sempre. Magari la signorina ha cambiato pettinatura
o ha un profumo nuovo, ma chissacome, c'è. A me 'sta cosa fa pensare.
Voglio dire, la metropolitana è un loculo lungo sotto Milano.
Però è maledettamente veloce ( come veloce è il susseguirsi
degli scioperi, glissiamo) e comoda. Risultato: la usano in molti, in moltissimi.
Che però sono sempre gli stessi. Il signore davanti con il Corriere
la signora di fianco che legge Armony la ragazzina in piedi tutta bellina
e carina con l'amica simpatica ma un po’ sfigatella il tizio con il Walkman.
C'è una legge sottaciuta. é valida solo per la metro.
Se ti porti il giornale e lo vuoi leggere (chiaro, sennò, perché
l'hai comprato), leggitelo. Però almeno la metà delle persone
che ti stanno vicino sbirceranno. Continueranno a farlo fino a che non
te ne scendi o non chiudi il giornale. E sbufferanno ( neanche con tanto
garbo ) se cambi pagina e loro non avevano finito. Ogni giorno dunque i
viaggiatori mangiano pezzi di notizie. Si cibano di sguardi rubati all'
inferno di inchiostro spruzzato su carta nera. Maleducato ? Forse. Però
molto bello: le notizie rubacchiate al vicino sembrano più belle
che quelle lette direttamente a casa, senza fretta. Sarà che il
tempo ci sta sempre più dietro, sarà che le lancette hanno
difficoltà a girare sulla nostra vita, ma la calma non ti soddisfa
più.
Vuoi mettere la gioia del panino mordicchiato e messo via ed un pasto
comodo e caldo? E' impagabile la gioia di un panino sposato con un cellulare
nell'altra mano, o rubato su una macchina che veloce si dimentica anche
delle briciole. Velocità, velocità, velocità.
Tutto esasperato all'inverosimile, tutto metabolizzato e digerito.
Il mondo in formato pappetta leggera, autostrade (ed autogrill) e satelliti
per le telecomunicazioni. E Walkman e gomme da masticare. Surrogato di
cibo vero. ma forse non si bada più ai vecchi sapori. Tra un po’,
non ci sarà più differenza tra un panino al salame ed uno
al formaggio. Tutti sapranno di plastica. Forse si, ne sentirai l'odore
(spray), nella speranza che rimanga il più a lungo possibile in
mente. Che vi abiti fino alla fine del panino. Per evitare lo scollamento
di mangiare plastica. E pensare e dormire plastica.
Se ci pensi, ti accorgi che il sapore vago che hai in bocca ha il colore
di bottigliette trasparenti, di sacchetti azzurri della spesa.
Si, proprio quelli là, che nel mare ammazzano i delfini. Pensa,
tu ne hai in bocca il sapore.
Io penso che sia un pedaggio per la velocità. Maggior
velocità, maggior combustione. Fuoco che brucia sul nascere i rapporti
con le persone e che ti condanna a rivivere un unico viaggio in eterno.
Varchi il cancello e , drin, suona l'adunata per gli altri legati a te.
Come tu sei legato a loro.
I posti non hanno né nomi ne numeri ma tutto sembra essere già
stato scritto. Tu lì, l'altro davanti, quelli in piedi. Magari all'ingresso
della fermata t'agganciano ad un filo. Ti porta e ti scarica. Forse ti
comanda. Ma comunque ti frega: non si vede e tu pensi di fare ciò
che vuoi. O forse no.
Forse è un profumo strano di umanità fresca che ti porta
lì, nel tuo posto. Con i tuoi compagni di viaggio.
Speriamolo.
A due anni di distanza dalle due prime malefatte in forma barnumesca,
la metropolitana milanese è tornata a regalarmi immagini e ricordi
che valessero veramente la pena di essere trasformati in lucine accese
e dopo spente, in bit, insomma. A pensarci, è pazzesco. Tu stai
lì a fare quello che mille e mille altre persone fanno ed intanto
la mente che non ti sta mica dietro, gira rincorre e tenta con i colori
della memoria di dipingere una nuova tela da esporre nella galleria del
subconscio. In quella galleria è difficile entrarci. Non è
come il Louvre, intendiamoci. Non è colpa, come lì, della
coda lunghissima che trovi ogni giorno ad ogni ora. Il vero problema sta
nell’inaccessibilità delle galleria. E’ coma custodita da odori
suoni profumi ed immagini, amorevolmente fusi insieme in una combinazione
episodica che magari intravedi un giorno e poi ti lascia secco. Che profumo
ha la memoria e qual è il suono dell’amore che viene ad abitare
nel tuo cuore? Qual è il gusto della sveglia che i cingolati ti
danno quando sono entrati in casa tua per farne terreno di conquista? Non
so. Bisogna esserci, lì. Bisogna viverle quelle cose, solo così
non ti sfugge la combinazione della cassaforte della memoria non consapevole.
Il buon vecchio Joyce le chiamava epifanie, riallacciandosi, efficacemente,
alla tradizione cristiana. La visita dei magi, la visione a la rivelazione
sono alcuni dei tanti aspetti che si trovano nell’ala protettrice della
visione testamentaria, senso principe di tutta la Bibbia. Le epifanie nell’Ulisse
( penso che ogni grande, ma veramente, grande scrittore lo debba scrivere
prima o poi il suo Ulisse) sono attimi in cui ritornano a galla immagini
e ricordi che scondinzolavano allegri nella piscina olimpica del subconscio.
Ti fulminano. TI fanno secco. Un gusto un profumo un frase un urlo un’immagine
e grandinano su di te gli anni che hai lasciato dietro i sogni che hai
covato le visioni di cui ti sei vantato. Sepolto dal momento epifanico
trovato il codice segreto l’ingresso è faticosamente aperto ed i
quadri, vivi, icone multiple sono pronti a farti entrare il loro. Sono
pochissimi, infatti, i ricordi in cui vedi tutto in prima persona, nel
senso che tutto ciò che ti ricordi delle tua vita non sono quasi
mai immagini in soggettiva. Ti vedi andare a scuola, Ti vedi a dare il
primo bacio in quell’angolo di strada di sbieco e di fretta, l’amore dei
giovani ha fretta sempre, Ti vedi al lavoro, Ti vedi in vacanza. Vedi un
film il cui protagonista sei tu, insomma. La memoria è così:
un bel bancomat di videocassette delle tua vita, che posso essere lunghissime
o cortissime non si sa. Tanto, comunque, il listino non c’è, non
puoi scegliere. Comunque, in questi caldi giorni di giovane estate, una
epifania, piccola, è venuta a trovarmi, in metropolitana. A Milano.
Ero di fretta c’era da consumare sacrificio sull’altare dell’amor patrio.
C’era l’Italietta di Cesarone che stava giocando ed io dovevo correre per
vedere almeno una piccola parte del secondo tempo. Come sempre, mi trovo
a scendere Underground come dicono gli inglesi. E lì, apro la galleria.
La combinazione era, abbastanza, semplice: qualche suono, poche immagini
e tanti odori. Dalla gomma sfatta dal sole all’acre odore di laghi ascellari.
Ma tant’è, l’importante era entrare. Il quadro era uno solito, quasi
simile era legato alle centinaia di viaggi in metropolitana. Ma la gente,
anzi, la ggente non era simile a niente visto prima. La gente era li ma
non voleva esserci. Voglio dire che c’erano persone che mostravano un notevole
disagio nello sferragliare in tubo mangiato 10 metri sottoterra. All’inizio
non ci ho fatto caso ma la lontananza dalla gente del quadro era poi impressionante.
Non c’era la normalità in nessuno di quei volti. Non c’era l’espressione
grigia che il grigiore dell’inverno a Milano ti regala quando in quella
città devi anche amare. E’ difficile viverci, è bellissimo
amare perché quando lo fai, hai tutta la città con il suo
smog e le sue sfumature di nebbia che complottano contro di te. Le facce,
non volti senza espressone ma facce rosse e gonfie dal caldo e dal sudore,
facce vive con un espressione che la capisci pure se non la guardi.
Facce di uomo e face di donna. Due tipi ben diversi, lo vedi subito,
è la prima sgrossatura che fai col molteplice sensibile. Ma non
era questa la differenza che emergeva. Erano il mondiale e l’Italia a fungere
da spartiacque. La ggente era o contenta di essere li perché sapeva
perfettamente di perdersi la messa nazional-popolare, o dispiaciuta e visibilmente
seccata di essere sottoterra mentre nell’afa di un bel pomeriggio francese
(con in sole a picco, se non la grandeur dov’è?) ci corre dietro
ad una palla che vuole dire gloria e brogiessi (nella efficace traduzione
biscardian-italico del Gram), et tertium non datur. Così nella noia
del viaggio si potevano capire molte cose. In primis, era molto strano
ma nessuno aveva pensato in installare uno schermo e/o una radio in galleria,
nelle stazioni e nei treni, visto l’invasione spaventosa di tv, schermi
giganti, proiettori che bar e bettole varie hanno conosciuto. In secundis,
come non si può ignorare un fenomeno di massa ( e per questo, anche,
culturale) come il campionato dei pedatori, come possono intellettuali
snob permettersi di qualificare con il medesimo Q.I. (rasente lo zero assoluto)
gli hooligans con tutti coloro i quali vanno allo stadio per vedere un
partita. Non sarà il dibattito bioetico o semiotico della più
raffinata avanguardia. Ma si tratta pur sempre di uno spettacolo che incanta
miliardi di persone (e neanche il sommo Dante, ahinoi, fa tanto share).
Infine, non voglio più girare per Milano quando c’è la partita
dell’Italia, perché trovo una città più umana di quel
che pensassi ed io che sono quattro anni che cerco di evitare qualsiasi
complicazione nel ritorno a casa madre dalla Domus Ambrosiana non vorre
trovare nulla che mi facesse ricredere.
Mi ero dimenticato il pugilato.
Voglio dire, nel fortino sempre più pericolante del maschilismo
manca un altro mattone. O nella sempre più corazzata nave da guerra
del sesso "debole" s'è aggiunto un nuovo cannone.
Pronto per finire quel fortino. Per dargli l'ultimo colpo di grazia.
Bang e giù. Parità di diritti e di considerazione. Come se
millenni di storia si possano cancellare con una granata. O con una mina
anti uomo (nel senso di maschio). Bang. Sarebbe troppo facile. Cioè,
se l'uomo fosse un bel paesaggio allora sì basterebbe un bel Bang
( di quelli enormi, come nei fumetti, quando Wil E. Coyote vola nella polvere
di un canyon assetato). Non servirebbe nient'altro, basta la guerra, grande
scenografa. Invece c'è un mondo con cui confrontarci. Ed il suo
sistema di pensare. E ci vorrebbe un bang piccolo, così piccolo
da fare un taglietto nell'anima di tutti noi e così lieve da giocare
con la cultura. Ma a trovarlo quel bang. Ma, piuttosto, ancor prima di
cercarlo, chiedamoci se ne vale la pena. Voglio dire, è così
impellente essere considerati tutti uguali? Uomini e donne ? Non so.
Questa domanda mi è sorta spontanea (toh, chi si rivede, Lubrano)
quando in tv ho visto due - tre servizi sul primo campionato nazionale
dilettanti di boxe. Di boxe femminile. Dopo calcio e ciclismo, anche la
boxe, la nobile arte può essere patrimonio da ragazzette tutte belline
e fighette. Belline e fighette, fuori dal ring. ("Io, non ho mai dato uno
schiaffo ad un uomo..., è sul ring che mi scateno...", "Sì,
la boxe mi fa proprio sfogare..). Scollamento. Fermo mondo corri troppo
in fretta e noi non abbiamo più voglia di correrti dietro, spiegaci
un po’ 'sta storia: ma i pugni se li danno veramente? Ma fanno anche loro
ganci, montanti, uppercut e vattelappesca? Ma hanno i secondi che le rappano
i consigli ? Si ? Figata. E' già bello vedere due donne che si spingono
e poi s'accapigliano, ma penso che la boxe sublimi questa violenza. Graffi
con il semplice sguardo, pizzicotti con il semplice saluto, odio (ODIO
puro, perché quando si picchiano due ragazze, minimo minimo, ti
aspetti che si Odino) nel modo di entrare nel ring. Secondo me hanno approfittato
del voyeurismo innato in noi maschi. Due ragazza sudaticce e quasi in costume
a zompettare sul ring. O forse hanno fatto leva sulla novità dello
sport( per l'ambito femminile), sfruttando le manie tremendiste di ragazze
che bevono dei gran cocktail di ormoni.
O forse ci stanno prendendo in giro. Ecco, in manifestazioni come questa
( e nel modo in cui vengono presentate) manca l'innocenza. Che si sarà
defilata all'inglese. O che te la ritrovi nello scantinato, legata.
Avverti quel filo sottile di presa in giro ed allora rifletti. Vuoi capire
perché sei lì e ci sei cascato. Vedi la goccia d'olio nel
tuo bicchiere di vino. Senti il cent falso che t'hanno rifilato come resto.
Ed allora pensi.
Quello che trovi non la patacca ma un piccolo (l'ennesimo) scollamento.
Questa crepetta si chiama parità dei sessi.
Ecco, secondo me, il pugilato al femminile ( e chi come "Linea Diretta
Donna" ne celebra la fortune) non é un pesetto sulla bilancia, non
è un'oncia conquistata dal femminismo. Io non sono d'accordo in
questi attacchi al fortino. Non perché sia maschilista (ma, in fondo,
chi non lo é ), non perché non voglia tarpare le ali all'emancipazione
femminile. M vorrei che ci rendessimo conto -noi e loro- che le ali dell'emancipazione
sono più esili e poetiche del ragazzo che volle guardare il sole
con gli occhi dell'aquila e salutare la terra con gli occhi di Dio. Per
queste ali il pericolo è questo. Non emancipazione ma livellamento
ad oltranza. Tutti uguali, tutti aperti sulle finestre sportive. Verso
un mondo di individualità appiattite le une sulle altre. A me la
boxe femminile fa tristezza. Mi fanno tristezza le "boxeuse", che
parlano di pugni e che diventano ripetitive come i cervelli di pugili rintronati
dalle troppe botte.
A me fa tristezza che dimentica che la vita è varietà
e bellezza. E la bilancia è il sole che brucia.
Al collo della juve è da un po’ che pendono teste. Quelle teste
sono date. Ricordi e lacrime. una anno fa eravamo in piazza ad urlare al
ritorno del figliol prodigo: lo scudetto. E poi con l'anima persa o dimenticata
a correre forte come il sangue nelle vie, le vene della città. Ieri
è caduto un altro tabù.
Ma non si trattava solo di rompere una data. Di trovare quei due colori,
là, sul trono d'Europa.
Là, dove ci ha portato il tifo di bambini che non c'erano e
non si ricordano quei proiettili nel nostro orgoglio di Belgrado (non c'ero
neanch'io, se volgiamo essere rompi-rompi, vabbè, ma che c'entra?
Ieri ero seduto vicino a due signore che si sono fatte un viaggio come
il mio. Torino-Roma, Roma-Torino.
In mezzo la sera e le coronarie (le loro, soprattutto di ferro). In
mezzo salti che facevano tremare tutta l'Urbe, che schiodavo anche la storia
dalle statue del Foro Italico-c'è chi dice di averle viste
cantare e sventolare le loro sciarpe-), di Atene (c'ero, ok?) e di Bruxelles
(idem).
Volendo, si doveva vincere per molte ragioni. Per il campionato, abortito
troppo presto e sacrificato a questo altare. Per roi Michel e per l'Avvocato
(meglio la Juve prima a Roma che Schummi a Montecarlo, con tanti baci a
Luca).Per l'Italia popolo d'antisportivi -li vedevi, i Romani in gemellaggio
con gli ajacidi già belli rossi e pieni (ma la loro era solo euforia
un po’ chiassona, esuberanza cameratesca, persa dopo tanti tempi di repressione
e buonismo) e sentivi: "No Juve. Ajax. Forza Ajax". Per mille e mille volti
che non saranno mai famosi che si trovano abbracciati per un grido che
sfonda i cieli- Per Andrea che non c'è più e per tutti quelli
che non sono famosi e che sono morti per una sera come questa, 11 anni
fa. Per i nostri morti dell'Heysel.
Era per loro, che si doveva vincere. Solo per loro. Vittime travolte
da una furia ignorante. Fuscelli nell'uragano di birra, rutti e pugni.
Da pazzi invasati. Sangue di sport. Meritava di più quella gente.
Forse non varranno a nulla i nostri urli da tifosi sognanti o le corse
di atleti, tutti belli e tutti amici. Puffi gialli blu, magari all'ultima
partita sotto questa maglia. Non importa. Le macchie di gloria sulla loro
maglie sono quelle di erba che hanno tirato su, lanciandosi per terra.
Chissà, forse nell'ultimo supremo atto da professionisti del pallone
hanno voluto così salutare le loro mamme, inscenando un piccola
vendetta. Un buffetto contro le immagini sbiadite di sgridate per i pantaloni
sporchi ("... e lo sai che l'erba non viene più via...". Chissà.
Chi è venuto allo stadio non poteva fare a meno di vedere l'enorme
di spiegamento di forze dell'ordine. Scortati, accerchiati, accompagnati,
guidati, quasi blindati.
Nella speranza che come i tori nell'arena non vedessero quel rosso
addolcito dal bianco dalle magliette olandesi. Niente paura. Di magliette
ne abbiamo viste. E anche tante, tutte in tribuna. Tutti con quei colori
e quei numeri (il 7, il 10, l'11). Là nell'altra curva. Tra noi
e loro c'era la partita. Ma tu guarda che strano. Non eravamo noi a scontrarci
con gli olandesi ma erano loro , i 22 (più le sei sostituzioni)
della partita a darsele di santa ragione. Un bel casino. Chi li accerchia
quelli e chi li scorta , se durante la partita decidono di tagliarsi le
gambe (e non solo) con interventi degni di altre sedi? Chi li fa accomodare
in tribuna ? Mah. E poi, il colmo. Abbiamo passato mezz'ora noi, nei distinti,
a litigare. Vicino a noi c'erano due reduci, due signore che hanno visto
molto e che sanno anche le pronunce giuste dei giocatori ("leoni"), due
donne che avranno pianto ad Atene e Belgrado. Le poverine si scalmanavamo
contro chi voleva vedere la partite in piedi, costringendo poi tutto il
settore ad officiare al rito calcistico in piedi. Ho sentito, in risposta,
un ineccepibile "Ma signora, vuole vedere un finale di Coppa dei Campioni
(no, Champions league non ci piace) seduta?". Le parole di replica non
sono state così calme ed accondiscendenti, ma tant'è. Centoventi
minuti, intervalli e rigori in piedi. Ma chissenefrega, al rigore decisivo
eravamo tutti di nuovo amici a scambiarci pacche ed abbracci.
L'effetto del calcio: oblio.
Ma non dimentichiamoci. Dell'Heysel e le sue vittime. Del fatto che
dopo tutto il calcio resta sempre un gioco. Forse non il più bello,
di sicuro il più nazional-popolare ed idolatrato.
Ma resta sempre un gioco.
Gli americani hanno tanti difetti. Il loro essere così ostinatamente
"correct", il loro orgoglio nazionale, la loro ottusità a certi
temi, la loro lente di ingrandimento ed il loro microscopio.
Ecco, in America hanno la misteriosa capacità di dare risalto
alle piccolezze, riuscendo a farle risaltare sopra ogni cosa. Dal nulla
raccolgono una briciola che il mondo ha lasciato cadere, il granello di
polvere che il vecchio continente ha spolverato e che sta volando per terra,
nell’oblio, e ne fanno uno dei loro hamburger. Uno di quei panini che sembrano
più una riunione di veleni per l’organismo che un cibo vero.
E con quel panino la fame dell’America si allarga a macchia d’olio
di cucina sul mondo. Arrivando perfino a Mosca nella tana dei cattivi,
nella tana dei rossi. Inanellando successi che una politica internazionale
manco si sogna.
E se stiamo qua solo a guardare il loro museo di briciole, diventiamo
vecchi.
Tutto per quella loro strana lente che ingrandisce tutto quello che
secondo può incarnare il loro pacioso ed un po' ipocrita modo di
vivere. Un microbo di genialità starnutito in Europa, può
diventare un organismo di una intuizione impagabile, un piccolo bacillo
che fugge dalle provette di genio dell’Asia diventa un trionfo di neon
e di lampadine a Las Vegas. Bravi a fare ed a disfare. Bravi a montare
e sgonfiare. Guardate il calcio: il loro soccer stenta a decollare perché
a differenza degli altri sport che si praticano in USA (i LORO sport) non
ci sono né pon-pon girls né figurine da giocare contro il
muro e non ci sarebbero drammi nazionali se i giocatori decidessero di
scioperare. Han preso dal cartellone dell’occidente il succo dello sport
(e non dimentichaimoci che il calcio è stato inventato in Inghilterra
e, si sa, non corre un bel sangue tra conquistatori e conquistati)., lo
hanno spogliato di nastrini e colori e lo hanno relegato alla nicchia dello
sport.
A noi che cosa rimane? Voglio dire, è giusto ciò che
fanno gli americani, è bello? Gli States nella loro immensa altalena
di miti e di ombre, sono speciali in quello che fanno ? E’ una loro abilità?
Si. Tristemente si. Guardate, mai provare di imitare sognatori professionisti,
mai tentare di emulare mitologi patentati. Altrimenti sai che figure. Un
giorno un presidente, nel suo lettuccio della Casa Bianca, s’è svegliato
dopo aver sognato la luna. E la chiese, la luna. Forse "mister president"
è l’unico che posa chiedere la luna (ma non chiedere una pizza,
va bè glissiamo) ed avere chi è in grado di procurarglielo.
Cinque anni, Von Braun e Goddard, razzi e razzetti sparsi qua e la per
il Pacifico, gas e fuoco e poi la Luna. Prima dei rossi sulla luna nella
gara al cosmo. Prime tracce di marines sul suolo lunare, e prima bandiera
a stelle e strisce esposta al vento lunare. Che roba, da non crederci.
Solo in America.
Eh si, solo in America. Che adesso la luna non senta più passi
da decenni, chissenefrega. Svegliata dopo millenni, bucata e traforata
per un ventennio e poi di nuovo andata a dormire. E’ stata la guerra fredda
a rimboccarle la coperta: non la luna ma lo spazio tra il satellite e la
terra divenne il terreno di conquista. Ed adesso dopo fanta-scudi e laser,
la corsa è ai satelliti al più utile, al più potente
nell’ambito delle telecomunicazioni. Che traffico, sembra un autostrada.
E voi pensate che se mai ci fossero i marziani, non scapperebbero con le
mani nei capelli -pardon, nelle antenne-? Glissiamo.
Comunque cara Europa, sarai pur brava in tante cose ma , ahimè,
lo spazio è meglio lasciarlo a chi con il pensiero prima e con la
navicelle, lassù, c’è sempre stato. Lascia sognare di infinito
blu ai professionisti. Sennò, sai che figure. Pensiamo al satellite
ed il guinzaglio, pensiamo all’ultimo razzo dell’agenzia spaziale europea
finito come Icaro in una palla di fuoco..
Ci sono altre cose da mettere a posto.
Bisogna imparare di nuovo a sognare.
Certo che tra tutti i peccati che dovrebbero farci sprofondare negli
abissi infernali, l’invidia è il più scemo. Inutile, dannoso
e privo di quella sottile trasgressione che colora gli altri peccati.
Perché almeno abbandonandosi alla crapula più sfrenata
o alla lussuria più inconfessabile, il peccatore ( ma sarà
poi così ?) si diverte un bel po', anzi in quei momenti di rapimento
gastronomico-sessuale ( certo che dopo duemila anni di storia la Chiesa
poteva trovare qualcosa di meno discordante, va bè glissiamo) la
vita cessa di essere piatta e si specchia nelle forme procaci di giovani
o nelle burrose curve di cibi e vivande.
Ti alzi dal tavolo -o dal letto- e almeno per un po' sei soddisfatto
sembra che la vita stessa ti abbaia dato quelle certezze che gonfiano il
tuo stomaco e la tua testa. Fintanto che dura l’iniziale oblìo,
questi attimi sono piccoli quadretti appesi alla gallerai della vita. appesi
a fianco di maestosi arazzi e grandiose tele. Schiacciati, cioè,
da doveri ed obblighi.
Evaporati i vapori del vino e della carne, il vuoto si fa di nuovo
strada, come una bella scaccia sassi che ci ricorda come nonostante gli
apparenti saliscendi la vita, tuttavia, rimane sempre un poco piatta e
noiosa. Il brutto è che sulla schiacciasassi che un piccolo campanellino
che suo stanco ma puntuale.
Eccola, la fregatura del Cristianesimo: il rimorso. Pecca pure, ma
la tua coscienza entrerà a far pugni nel vostro ring particolare:
quello dell’anima. Mangia e/o fornica, tanto devi rendere conto di tutto
prima di tutto a te stesso, alla tua coscienza. Ed allora, solo allora,
suona la campanellina (a funerale) l’olio viscido del rimorso unge tutta
la tua anima. E sei così fortunato da evitare di scendere a patti
con la tua coscienza, non ti preoccupare sarà cura delle persone
che ti stanno intorno ricordarti i tuoi sbagli.
E questi sono i vantaggi della vita comunitaria.
Certo, un potrebbe anche fare l’eremita. Si, dai, quella dei fumetti
che vive non si sa come su una montagna altissima ed una barba lunga così.
A me, il romito ha sempre fatto pensare. Come fa a mangiare? Ha una
buona scorta di viveri oppure qualcuno che se ne infischia della sua scelta
di vita solitaria gli getta da un elicottero.
Come fa poi a sapere tutto del mondo esterno ? C’ha anche lui la TV?
Oppure sempre lo stesso fesso con l’elicottero gli porta i quotidiani?
Come c’è arrivato lassù ? Non certo da solo e neanche
da giovane perché quelli lì, li disegnano sempre vecchi bacucchi.
Sarà stato il pilota dell’elicottero in atto estremo di masochismo?
Va bè, glissiamo.
Quindi, ci sono sei peccati che ti danno piacere (effimero finché
si vuole ma sempre tale) ed uno un po' più sfigato che ti anche
stare male: l’invidia. Cioè, oltre ad essere un colpo allo stomaco
per e della coscienza, è anche doloroso, non consce appagamento.
Non stai bene prima, inconsapevole del peccato e poi soffri dopo, messo
K.O. dalla coscienza. No, stai male prima e peggio dopo. Ma chi te lo fa
fare?
Insomma considerando che tutti i vizi vanno a sbattere (prima o dopo)
a 200 all’ora contro il rimorso. non sarebbe meglio divertirsi un po' prima
e stare male dopo. Certo, meglio sarebbe stare bene prima e dopo e non
schiantarsi contro il rimorso ma tant’è...
Invece con l’invidia non solo siamo mangiati da quel tarlo che ci sconvolge
cuore e mente, ma tanto più che ci circonda tocca punte elevate
di felicità tanto più siamo trascinati-divorati-verso il
fango. E non c’è benché minino appagamento quando chi invidia
e che è invidiato versano nelle stesse, avverse, condizioni, perchè
la visione del primo è tao distorta di ritenere il secondo comunque
superiore a parità di sfiga. Brutta cosa, eh?
Bisognerebbe sapersi controllare, essere razionale quando si può
(e, quindi, si deve) e tenere i sensi al guinzaglio, di modo tale da evitare
condotte simil-animali.
Si vabbè ma chi ne è capace? Possiamo tentare, si può
provare, ma se si sbaglia il prezzo da pagare è alto.
Ecco perché nessuno prova più.