Aurolak
Gocce, gocce che cadono scampanellando sulle sue orecchie, sui capelli.
Pioggia sottile, acida bagna finalmente le calze di seta delle donne, entra
nei negozi, consuma i marciapiedi e tutta la vita incrostata su di essi,
ammutolisce le strade. Nella tavolozza di pozzanghere e acquitrini non
c’è un buco asciutto, ogni tanto si sente lo sciascìo delle
macchine che corrono sull’asfalto slavato. Sfila dal giubbotto uno scintillante
sacchetto di plastica, di quelli bianchi che ti danno in latteria, un ghigno
di soddisfazione gli illumina il volto, lo rimette a posto (il ghigno).
Correndo arriva sotto il portico di un palazzo del centro, uno di quegli
edifici dove una volta vivevano i pezzi grossi del partito e dove adesso
vivono i prezzi grossi della democrazia. Costruzione comunque squallida,
annerita, cadente, come la sua salopette che fa molto operaio silicotico
dell’est. Dio smette di pisciare su tetti e comignoli, si fa una scrollatina
e ripone il suo benedettissimo idrante tra le candide falde della propria
tunica. Mischa, intanto, si avvia verso il fiume, su una piattaforma ospitale
che funge tanto bene da oasi di pace e silenzio, è ottima per star
seduto a guardare le mosche e le zanzare che giocano ai fanghi termali
nella merda e annusare un po’ di quella vernice che ti lacca il cervello.
Densa, ti rinfodera gli interstizi celebrali di una spessa matassa acrilica,
soffocante, di colore scarlatto con riflessi dorati, ti trasforma
la testa in una gigantesca Big Babol e ti corazza lo stomaco contro superflui
stimoli gastrici. Il tuo “encefalgum” inizia a secernere deliranti succhi
sotto forma d’immagini, pensieri, suoni che cercano una via di fuga, provano
a dileguarsi indipendenti dal loro demiurgo, nada, subito repressi e incatenati
in un’entropia orgiastica perpetua. Quella trentina di neuroni rimasti,
neuroi della resistenza, corrono con la mano sulla milza sfiancati dal
sovraccarico di messaggi, enciclopedie visive, carrettate di suoni e pensieri
che continuano a rovesciarsi lungo desolatissimi ponti sinaptici sempre
più pericolanti. Eccoli, i suoi ricordi più belli, le sensazioni
più forti, i suoi incubi notturni e diurni che pogano, si picchiano,
bestemmiano. Genitori agghindati da gladiatori postatomici, lattice nero
lucente come liquirizia, acconciature americane anni’50, soddisfatti negroni
da pornofilm in asettici cucinini svedesi, le tettone della vicina di casa
e le sbiadite piastrelline rosasocialcomunista del cesso, nascosti sabati
jewish, giapponesi che partoriscono teleobiettivi Nikon con lenti a mandorla
e calzini bianchi di spugna, nauseante doppiopetto anni’80... puro terrore
in brain-clips (il tutto senza vaselina).
Un concerto Ska molto tirato, un variopinto merdaio chimico in
cervelli ridotti a rognoni per felini. Pian piano lo scarlatto acrilico
inizia a ritirarsi, i riflessi dorati vanno via anch’essi, tutto si stacca
come velcro, un po’ a fatica, con quello strapp che ti lascia ovattato
per qualche ora, aturdito, con un sapore “oro n. 5” per laccature su legno
in gola.
Mischa rientra in Mischa, o quasi, occhi da camaleonte, narici e vie
respiratorie completamente bruciate e un plastificato orgoglio sintetico
che parte dallo stomaco come un pugno, risale l’esofago come un salmone
e si manifesta al mondo in un rutto, amplifonico e minaccioso.
È quasi ora, bisogna tornare “por la calle”, bisogna andare
a scollettare per la città, impietosire qualche turista, depredare
qualche forno e, se viene ordinato, abbassarsi le mutande davanti a qualche
fariseo occidentale. Cercare di blindarsi il culo è inutile, si
rischiano calci e cinghiate, e se ci si vuol ingraziare il capo...porgi
l’altra chiappa !!
Mischa cammina, ciakkettando con i suoi scarponi red power sul lungofiume,
respira stupide filastrocche di regime, osserva, gente, automatica e incosciente
sperpera pensieri che escono dalle orecchie, vanno a impigliarsi tra le
siepi dei viali, otturano gli scarichi delle fognature. Pensieri ignifughi,
non più infiammabili, umidi di neoliberismo.
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