Sono ancora nel mondo dei sogni. Il citofono sembra la tromba di un bersagliere, nel mio assurdo sogno. Un sogno in cui c'è anche Andrea, e la fanfara dei bersaglieri nel cortile della caserma dove ho fatto i tre giorni, suona come il citofono di casa.
Enrico deve aver aspettato un bel po', prima che uscissi dal sogno ed entrassi nella realtà, passando per il dormiveglia. E suonato, suonato…
Tiro su il citofono, mugugno.
"Sono IO!"
Schiaccio un paio di volte. Sento il clak da sotto e il cigolio del portone.
Do' tutte le mandate all'indietro della serratura e accendo il fuoco sotto la caffettiera, saggiamente pronta dalla sera prima.
Mi sento un alito perfido, sporco. Bevo acqua fredda, sognando una sigaretta, mentre aspetto che salgano Enrico ed il caffè. Mi siedo, scartoccio un croissant confezionato.
Apre la porta; la richiude alle sua spalle.
"OhOh!".
Altro mugugno di risposta.
Appare sulla soglia di cucina , non incrocio il suo sguardo e lo invito a sedersi con un cenno della testa.
"Come va?". Tento di rispondere, ma la voce non esce se prima non schiarisco la gola. "'Nsomma.."
"Comunque è tutto a posto; ho fatto un gran casino per sistemare ogni cosa. Adesso è come piace a me: perfetto!"
"Non è mai tutto perfetto- dico non ancora del tutto sveglio- Tutto il rispetto per la tua precisione, ma qualcosa che va in vacca c'è sempre."
Mi verso il caffè e lo allungo con un po' di latte.
"Scherzi!? Guarda, ho parlato con gli altri, telefonato all'albergo, alla Hertz, eppoi …"
Enrico continua a parlare: mi chiedo che cos'è che mi irrita di questa sua gentile perfezione su un viaggio cui non avrei nemmeno preso parte. Appoggio la testa al muro, il mio sguardo vagola per il soffitto e ovunque non corra il rischio di incontrare il suo, di sguardo. Per un attimo mi vedo fuori da quella situazione, come se mi osservassi in un film in cui il dolly mi inquadra dall'alto allontanandosi sempre più.
Penso alla mia storia di due anni e mezzo con lei finita in un soffio, penso a lei, a dove può pensare che io sia, adesso.
Enrico parla, le sue parole mi arrivano sporadiche, piatte. Guardo fuori il cotile assolato; tutto immobile in questa mattina di giugno, a Milano.
Il sapore del caffè si fa strada nella mia bocca asciutta, impastata.
Penso a Martina di là che dorme ancora. Notte di parole, discorsi, di sonno che ci ha preso all'improvviso. Martina: quante cose potremmo avere davanti se non fossi ciò che sono in questo momento. Se fossi davvero libero di testa, libero da me stesso. Invece no. Destinati a piacerci e a lasciarci. Neanche pensare ad innamorarci l'uno dell'altra. Non ce lo siamo potuti permettere nemmeno in questa notte insieme. Non so perché. Fatto sta che sono qui, ad ascoltare tuo fratello che mi racconta i dettagli di una vacanza in Algeria che di qui a poco avreste fatto con i vostri amici. Mi spiega, cerca di dimostrami che pianificando ogni cosa va dritta. Forse ha ragione. Io non ho pianificato nulla, due anni e mezzo alle spalle buttati via con una persona che non riconosco più, incapace di innamorarmi di tua sorella, non so nemmeno perché. Non ho nessun piano in testa al contrario di te. Però ti ascolto, sono qui seduto nella cucina dei tuoi che rispondo a mugugni senza nemmeno averti dati il tempo di abituarti a me.
Che casino! Sorrido.
"Che ridi?"
"Scusa, pensavo."
"Ma hai capito?"
"Sì, sì. Ottimo!"
"Vado a darmi una rinfrescata, fa un caldo!"
In effetti, ora che lo guardo bene, è pieno di piccole goccioline di sudore.
"Vuoi bere?" gli dico. Ma che cazzo mi metto a offrire: è casa dei suoi, di sua sorella. Idiota che sono!
"No. Solo il bagno."
"Non guardarti troppo in giro"
"Perché?"
"Il casino avanza come blob, nel resto della casa. Non farti inghiottire, sennò addio viaggio!"
Sparisce dietro lo stipite della porta ridendo.
Finisco il caffè con lo sguardo fisso fuori dalla finestra. Tutto pacifico, lento. Tutto parte di questo scenario assolato.
Vado nell'altro bagno. Acqua in faccia, a litri. Va decisamente meglio, la pressione sale. Lentamente, ma sale.
Entro nella stanza da letto. La ventola, al soffitto, gira con una lentezza impressionante, quasi fosse alla fine della carica. Inciampo in un libro di Penna, o di Cacucci. Martina a schiena in su, la testa e le mani sotto al cuscino. Lenzuolo accartocciato in una quantità infinita di pieghe e pieghettine.
Le faccio scorrere un mano sulla sua schiena ad una impercettibile distanza dalla pelle. Fa un sospiro, si gira.
Fa un caldo davvero impressionante. Mentre la guardo in silenzio sento che il sudore incomincia a riformarsi sulla mia fronte.
Dal bagno Enrico fa scorrere acqua a cascata. Sono in questo mondo, in questa casa, ma già mi sento come se avessi varcato la soglia di casa tua, Martina. Cerco con lo sguardo, nella penombra, i jeans, le maglietta. Fra poco mi rivestirò; fra poco, ancora, sarò nel tuo ingresso, a prendere il mio casco con l'adesivo del Leoncavallo. Prima che la malinconia, la tristezza, l'angoscia mi prendano, avrò già acceso la mia vespa parcheggiata nel tuo cortile e me ne sarò andato a casa.
"Ciao Martina."
"Ciao Tom, ci si becca."