Movimenti automatici, come automatici
erano i numeri emessi dal mio registratore di cassa.
Rumori per mio padre soavi, e per me,
ignaro, simili a quelli di un orologio. Ogni totale raffigurava una persona,
ogni persona era sola.
È così che verso le 11,00
di quel martedì di marzo entrò lui. Sapevo qualcosa, ma non
sapevo tutto.
Per me oggi quei soavi rumori mi costano
la vita.
In giugno mi sentii male, così
feci degli accertamenti e scoprii di essere malato. Il dottore cercò
di parlarmi tranquillamente, pensando che dicendomi la verità con
gentilezza e pacatezza mi avrebbe guarito.
Anch’io! Perché? Non voglio, ho
solo 25 anni! Cosa posso fare?
Niente durante l’anno mi avrebbe consumato,
proprio come la carta di quegli scontrini; solo che una volta finita lì,
si può cambiare rotolo e riiiziare da capo, ma io ormai non potevo
più.
In quei miei giorni terminali capii tutto!
Passavo il tempo a pensare alla mia vita
sprecata a studiare per un futuro impalpabile e che credevo di trasformare
in fantastico.
Se potessi rimettere quel rotolo di carta
indietro ora non sarei qui a pensare e a criticare me stesso. Certo sbagliando
si impara! Forse però mi è stato insegnato troppo in una
sola lezione!
Quel martedì Davide entrò,
io sapevo che era malato, e subito provai per lui compassione. Era ancora
autosufficiente ma si vedeva che il male dentro si stava moltiplicando.
E lui soffriva!
Prese due scatole di cibo per gatti e
pagò. Tutto successe in un attimo; io avviai sordamente la cassa,
spinsi il tasto del totale e lo sportello si aprì. Nella mia mano
posi mille lire in più del dovuto e fatalmente lo diedi a Davide.
Lui non se ne accorse ed io solo allora, mentre inseriva il resto nelle
sue tasche, mi resi conto dell’errore, o così credetti. Non ebbi
il coraggio di parlare. Considerai il gesto come un atto di compassione,
come un ultimo dono.
Lui alzò lo sguardo verso di me
e mi sorrise!
Da quel giorno lo vidi sempre più
spesso e sempre meglio. Poi mi sentii male; venne a trovarmi in ospedale,
ma non ne capii il gesto. Era felice, vissuto e vivente.
Forse questi atroci dolori mi hanno dato
coscienza per capire e credere in questa fatalità. Come in quel
gioco di carte dove chi prende e rimane fino alla fine con in mano l’uomo
nero deve fare la penitenza. Forse è successo così. L’ho
comprata per mille lire ed ora è mia, per sempre.
Costa solo mille lire la mia vita? O
forse basta solo mille lire per salvare la vita di un altro? Dipende dai
punti di vista!
Ormai è passato tanto tempo da
allora e i mie dolori sono così atroci, da non permettermi di distinguerne
le zone di provenienza. Oltre a queste fitte pungenti c’è anche
questo caldo torrido di questa mia ultima estate.
Non ho più la forza di scrivere
anche se i miei pensieri vanno veloci. Ho una sete che mi sta lasciando
la bocca secca ed inospitale a qualsiasi microbo che vi voglia entrare.
«Ecco l’acqua che mi avevi chiesto,
il resto te l’ho appoggio qui sul tavolo», mi disse l’infermiera
ritornando dal bar.
«Grazie Giulia!».
Poi vidi lo scontrino; l’acqua costava
duemila lire ed io gli avevo dato cinquemila lire; di resto avrei dovuto
avere tremila lire! Ma qui mi aveva lasciato quattromila lire!
«Giulia !!!» urlai.
Lei corse da me «Che c’è
!».
Io sudante e
febbricitante dissi « ………………g
r a z i e, …………… … m i o a n g e l o ! »
e le sorrisi.